Corriere della Sera, 4 aprile 2026
Raffaele Palladino parla dell’Atalanta e della sua carriera
Raffaele Palladino, 41 anni pieni di ambizione, consapevolezza e orgoglio. Gli ultimi 4: un decimo posto storico in A col Monza, il record di punti con la Fiorentina, il sogno Champions con l’Atalanta. Una carriera in crescendo: bravo o fortunato? La risposta è netta: «La fortuna ti aiuta una volta, due al più. Ma se non ti fai trovare pronto, cadi. Ho lavorato tanto, per questo sono qui».
Quindi lei è bravo?
«A certi livelli devi esserlo per forza, con conoscenze e contenuti».
Si guarda allo specchio, qual è il primo pensiero?
«Madre natura mi ha aiutato, mi ha dato una bella immagine che io cerco di preservare tenendomi in forma! Nello specchio è riflesso un uomo che coltiva ambizione, forse anche troppa, e trasferisce ai giocatori questo concetto. Senza ambizione, senza disciplina siamo morti».
Quali di queste cose sono mancate alla Nazionale?
«I temi da affrontare sono molteplici. Per costruire una casa le fondamenta devono essere forti. Dodici anni senza Mondiale sono la prova che tante cose non hanno funzionato, c’è stata consapevolezza? Ogni volta se ne è parlato per una settimana, due e poi basta, il cambiamento radicale è necessario. Vengo dalla generazione di Del Piero, Totti, Cassano, Di Natale, giocatori che hanno portato l’Italia su un livello altissimo. Oggi non si investe nei settori giovanili, non si punta sugli istruttori, che dovrebbero essere competenti e ben pagati. Se non sono remunerati e stimolati pensano alla propria carriera e non ai ragazzi. L’utilizzo di tanti stranieri toglie spazio e valore ai nostri giovani».
Palestra è dell’Atalanta, ma è nel mirino di grandi club.
«È cresciuto molto, il prossimo anno lo vorrei con me».
L’Atalanta è un po’ distante dalla zona Champions. Qual è l’obiettivo?
«I punti a disposizione ci sono, dico ai ragazzi che abbiamo perso i due mesi iniziali dobbiamo recuperare gli ultimi due. Bisogna crederci senza porci limiti. Vogliamo l’Europa, non so ancora quale sarà, ma bisogna puntare al massimo, con ambizione appunto».
Qual è la sua ambizione?
«Vincere qualcosa di importante».
Con la Fiorentina è finita male, perché?
«Sono stato benissimo a Firenze abbiamo fatto qualcosa di enorme. Un bagaglio anche di vita che mi porterò dietro per sempre. Sessantacinque punti, non so quando riusciranno a rifarli. Auguro loro di salvarsi e di centrare ancora quest’obiettivo. Sono andato via, vero, con una telefonata. Con i dirigenti avevamo visioni completamente differenti. Io li scelgo i manager, il binomio si deve incastrare, è fondamentale per ottenere risultati. Ho fatto una cosa forte, ma io non alleno per soldi ma per ambizione, lì non c’erano più i presupposti. Pensavano che avessi già una squadra, i fatti hanno detto il contrario».
Il rapporto con Commisso?
«Un papà, persona di una umanità incredibile, sincero e leale, molto legato alla famiglia. All’epoca mia madre non stava bene e mi è stato vicino».
Berlusconi?
«Un geniale visionario. Sempre avanti, potrei raccontare tanti aneddoti su di lui, ogni giovedì con Galliani andavamo a cena ad Arcore, io ascoltavo e imparavo. Anche scegliermi al Monza fu una genialata visti poi i risultati che abbiamo raggiunto».
La famiglia Percassi?
«Nella mia vita da calciatore e allenatore non ho mai conosciuto una famiglia come la loro. L’Atalanta è come un figlio, ci tengono in maniera passionale, amorevole. I Percassi sono i primi ad arrivare e gli ultimi ad andar via da Zingonia».
Aspettava una loro chiamata a inizio stagione, e non c’è stata. Poi a campionato iniziato l’ha cercata la Juventus.
«Quando è cominciato il campionato ho rifiutato offerte anche estere perché pensavo all’Atalanta. Ci tenevo, l’ho aspettata e per mia fortuna è arrivata. Con la Juve abbiamo fatto una chiacchierata poi loro hanno scelto un grande allenatore come Spalletti».
Da ragazzo tifava Juve?
«No. Nella mia stanza c’erano i poster dei miei idoli: Baggio, Del Piero e Zidane. Ho una simpatia per la squadra della mia città, il Napoli. Ma sono primo tifoso dell’Atalanta».
Solo calcio da bambino. Se non ci fosse riuscito?
«Mai avuto un piano B. Volevo fare calcio e ho cominciato a 11 anni, i miei genitori mi chiesero però di continuare la scuola. E mi sono diplomato geometra. Sono entrato nel settore giovanile della Juventus e da lì ho avuto le mie opportunità. A 30 anni ero al Parma e già studiavo da allenatore, era tutto scritto».
Le tre regole di Palladino nello spogliatoio
«La disciplina sugli orari: arrivo, colazione e pranzo. È uno stile di vita. Il rispetto dei ruoli e il dialogo: non credo alla dittatura ma alla gestione del gruppo. Sento ogni tanto miei ex calciatori. Mi ringraziano per quello che ho lasciato, anche come uomo. Questo mi gratifica».
Ha sentito Kean dopo la Bosnia?
«No, ci siamo sentiti prima. È stato un disastro emotivo, Scalvini, Scamacca, Raspadori mi hanno raccontato la notte drammatica».
Un allenatore a cui si ispira?
«Il bello di questo lavoro è che se tu copi e incolli fai disastri. Devi guardare, studiare, osservare ma poi costruire una idea tua e trasmetterla ai calciatori. Il calcio è in continua evoluzione».
Pesante raccogliere l’eredità di Gasperini?
«È stato naturale. Come se fossi arrivato in un ambiente ideale per me, preparato per me. Il mister qui ha fatto un grandissimo lavoro, resterà nella storia».
Fuori dal campo cosa fa?
«Zingonia fino alle 20, poi ogni tanto mi concedo una cena con gli amici. L’equilibrio prima di tutto».
Aspirante ballerino, la vedremo a Ballando con le stelle?
«Macché, da ragazzo ho frequentato la scuola da ballo, seguendo i miei genitori che amavano il liscio. Ma non ero capace».