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 2026  aprile 04 Sabato calendario

Diritti, il paradosso di Atene

Quando sono nati i diritti umani? Con la Rivoluzione francese e la Déclaration des droits de l’homme e du citoyen (1789)? Oppure prima? E se prima, quando? In Grecia, come sostenne Margaret Thatcher, che lo disse in pubblico e fece arrabbiare tutta la Francia? E se, a modo suo, l’agguerrito Primo ministro inglese avesse avuto ragione? Si apre con questa provocazione L’Atene dei diritti di Mirko Canevaro (Laterza): saggio scopertamente a tesi, che problematizza la vulgata secondo cui i diritti individuali siano una conquista della modernità occidentale e si spinge a retrodatarne l’atto di nascita nell’Atene del V secolo. Il fine non è individuare una continuità: per l’autore, nella storia dei diritti umani l’antica Grecia è un capitolo a sé. Ma rimane «importante stabilire se e come la più grande esperienza di governo popolare del mondo premoderno (e quella più ricca di testimonianze) concettualizzasse il rapporto tra individuo e comunità, e come esso si attualizzasse nelle sue leggi e nelle sue istituzioni». Canevaro non è ossessionato dal mito della «radice» che tutto riconduce al «miracolo» greco. Piuttosto, è interessato a verificare come l’idea-forza del diritto soggettivo, così orgogliosamente sbandierata come fondativa dei nostri sistemi liberali, si sia sviluppata nella polis attica in una formulazione idiosincratica. E dimostra che «in questa storia dei diritti tutta europea ed occidentale Atene ha sempre avuto più in comune con l’Asia, con l’Africa, con le società tradizionalmente (immaginate) senza diritti che con la modernità europea».
Riassumiamo i termini essenziali della questione: la cultura giuridica occidentale si fonda sulla dialettica tra diritto oggettivo (la legge), che impone all’individuo azioni e comportamenti giusti rispetto alla comunità (doveri), e diritto soggettivo, inerente invece all’individuo (sia soggetto giuridico, persona, istituzione o sovrano) che in quanto tale può far valere sulla comunità una pretesa legittima. È chiaro che si tratta di due aspetti speculari: il dovere di qualcuno di fare (o non fare) qualcosa è logicamente collegato al diritto di qualcun altro di pretendere che quella cosa sia fatta o meno (il dovere di non rubare, per esempio, è correlativo al diritto alla proprietà). A colpo d’occhio, la differenza corre su un filo di lana. Ma acquisisce un altro peso se ne facciamo una questione di priorità: in questioni controverse, davanti a un tribunale, conta di più la forza della legge o la rivendicazione di un soggetto portatore di un interesse che ritiene legittimo? Il dominio del legislatore o la libertà individuale garantita in punta di diritto? Basta guardare la cronaca giudiziaria attuale per capire come sia complessa – e fondamentale – questa relazione. Il che ci riporta alla domanda iniziale: quando si sono affermati, e sono diventati prioritari, i diritti individuali?
Il filosofo scozzese Alasdair McIntyre sosteneva che «non c’è nessuna espressione nelle lingue antiche o medievali correttamente traducibile con la nostra espressione “un diritto”, fin quasi al termine del Medioevo». Crederci è come por fede nelle «streghe e negli unicorni». Ma andare «a caccia di unicorni» è il sale della ricerca storica. Significa, fuor di metafora, demistificare gli automatismi con cui siamo soliti pensare i problemi in favore di una ricostruzione più aderente alla realtà che vogliamo descrivere. E così Canevaro ci porta dentro i meccanismi che regolavano l’ordinamento giuridico ateniese e ci introduce al linguaggio che gli era proprio. Fa ricorso a un vasto dispiegamento di fonti (Aristotele e gli oratori attici in primis), in forza delle quali conclude, contro McIntyre, che è possibile individuare già nell’Atene del V secolo un articolato «vocabolario dei diritti soggettivi». E se esiste la parola, deve esistere anche la cosa.
Nel suo discorso, centrale è il termine timé. In una tradizione di studi molto accreditata, la timé è di norma ascritta al codice di comportamento del guerriero ed è legata a modalità competitive di rapporto con l’altro, in cui vige un «gioco a somma zero»: la timé, cioè l’onore personale, si ottiene per sottrazione rispetto a qualcuno, in uno spazio pubblico concepito come un’arena. Non proprio un modello di virtù civica. Canevaro smentisce questa lettura, che ritiene frutto di un «pregiudizio etnocentrico», e dimostra come ad Atene per timé debba intendersi non l’«onore», bensì il «valore» individuale, sia nel senso di «dignità e status riconosciuti dal prossimo», sia come «diritti (timái, plurale di timé) che gli discendono da quel valore». Più l’individuo cresce in valore rispetto agli altri, più ne guadagna la stima e il rispetto, più le istituzioni gli restituiscono quel valore in termine di pretese legittime, privilegi, potere e immunità (vale a dire, diritti), in un sofisticato meccanismo di regolazione del conflitto. E proprio qui Canevaro rinviene la specificità greca rispetto alle culture giuridiche moderne: il diritto soggettivo non è assegnato all’individuo in sé, ma è misurato nel suo rapporto con la collettività. I diritti, qui, sono sempre politici.
A questo punto, abbiamo trovato l’unicorno. Ma, in sua compagnia, incontriamo anche l’«elefante». Ad Atene la timé, e tutto quello che ne consegue, è un concetto esclusivo, appannaggio dei cittadini, maschi e liberi. Erano previste forme (circoscritte) che riguardavano le donne e gli stranieri, ma mai gli schiavi. Manca del tutto «l’idea di una dignità che appartenga, indiscriminatamente, a ogni essere umano in quanto essere umano». L’ordinamento giuridico ateniese non conosce diritti universali. Non è un ostacolo logico da poco, e neanche pratico, vista la numerosità della popolazione schiavile: il suo peso effettivo, nel ragionamento fin qui condotto, lo lasceremo valutare al lettore. Tanto più che, soggiunge Canevaro, non si trattava di un «limite concettuale» (del paradosso i pensatori greci erano consapevoli), ma di una precisa volontà, di cui è facile comprendere le ragioni: un sistema di diritto che contemplasse anche i non liberi avrebbe annientato il presupposto materiale (economico e militare) a fondamento dell’esistenza stessa della polis. In altre parole, parlare dell’esistenza di diritti individuali ad Atene ci porta alla stessa contraddizione in cui ci imbattiamo quando diciamo che Atene ha «inventato la democrazia». Una contraddizione sanguinosa, che è stata e rimane, anche nelle forme attuali, più sottili e implicite, di servitù, uno dei più grandi motori della storia.