Corriere della Sera, 4 aprile 2026
Barbara De Rigo parla degli occhiali
Fine Anni ‘80, in pieno boom del Made in Italy, Ennio De Rigo e la moglie Emiliana intuiscono che il momento è propizio per trasformare l’occhiale da sole in accessorio-moda, un complemento del look che promuove la griffe alimentando i fatturati. «Con un po’ di presunzione mi piace ricordare che siamo stati i primi a portare il business fashion all’interno dell’ottica, il primo grande cambiamento del settore. Abbiamo cominciato a comunicare in modo diverso, rivolgendoci ai media più importanti, al mondo della musica con immagini abbastanza disruptive». Barbara De Rigo guida con passione l’azienda familiare, leader mondiale dell’occhialeria, con brand di proprietà come Lozza, Police e Yalea (voluta dall’imprenditrice per supportare le donne) oltre a licenze come Chopard, Fila, Furla, Roberto Cavalli.
«La nostra azienda è nata un po’ per caso, nel senso che il nonno e lo zio erano imprenditori edili che sfruttarono il boom delle Olimpiadi di Cortina del ’56. I fratelli di mamma erano entrati nell’occhialeria e mio padre decise di farne parte come socio, ma mia madre entrò a lavorare contribuendo, nel 1978, alla nascita dell’azienda».
Di madre in figlia: quali sono oggi le sfide con l’export per la prima volta in fase di rallentamento?
«La sfida quotidiana è quella di monitorare ciò che succede e prendere anche iniziative inedite. Negli ultimi anni l’attività è molto più frenetica e ci sono sempre sorprese dietro l’angolo. Questo complica la strategia a lungo termine, perché occorre essere molto flessibili, veloci, saper cambiare direzione. Noi abbiamo la fortuna di avere un’azienda presente su tutti i mercati del mondo e questo ci garantisce una certa flessibilità che ci rende più solidi».
Come stanno cambiando gli occhiali?
«L’occhiale non è più soltanto accessorio, ma anche strumento per andare oltre la visione e la protezione. C’è tanta ricerca e innovazione nel prodotto: noi stessi stiamo lavorando in questo senso per proporre modelli con funzioni diverse. Ci auguriamo di essere pronti per il prossimo anno. È chiaro che tutto ciò prevede anche un cambio di mentalità: occorrono competenze diverse nella vendita e nella formazione delle persone in azienda, dopodiché per l’occhiale tradizionale ci sarà sempre posto».
Il nuovo trend?
«Gli Anni ‘90 e quindi stiamo riscoprendo i nostri archivi. Le montature si ridimensionano e c’è il ritorno del metallo con rettangoli e forme ovali anche con lenti colorate che non sono adatte al sole accecante, ma funzionano bene anche in interno».
I classici sono l’altra tendenza. Come Zilo di Lozza, il vostro fiore all’occhiello...
«È il marchio più antico d’Italia, stiamo già lavorando ai festeggiamenti per i 150 nel 2028. Finita la Grande Guerra Lucio Lozza, decise di impegnarsi per dare nuova luce all’industria cadorina specializzandosi in un nuovo materiale per l’occhiale da sole, la celluloide. Storia illustre di un imprenditore illuminato – l’ideatore di Mido – fatta di innovazione, valori e attenzione alle persone. Noi lo acquisimmo nel 1983 e ricordo che per i miei genitori fu uno dei motivi di orgoglio della vita. Negli Anni ‘70 c’era la fila degli ottici per accaparrarsi qualche modello, non c’era l’eccesso di prodotti di oggi».
E poi c’è Chopard che festeggia 10 anni della Red Carpet Collection, realizzata per il Festival di Cannes…
«Siamo al 21.mo anno della licenza. Cerchiamo di riprodurre,con materiali diversi, l’expertise dei gioielli sugli occhiali. E per questo, a Longarone abbiamo una linea di produzione specifica che richiede un livello altissimo di artigianalità».
Il Cadore produce il 70-80% degli occhiali italiani. Sono importanti i distretti?
«Sì, importantissimi. Se un colosso come Lvmh con il suo Thélios è arrivato ad aprire un’azienda qui, dove ci sono anche da Luxottica a Marcolin, significa che c’è una professionalità unica. Siamo specializzati nell’occhiale di alta gamma. Ma il tema è proprio questo: la concorrenza è forte e noi siamo una piccola provincia di montagna che si sta spopolando con i giovani che spesso dopo gli studi se ne vanno. In più c’è il calo demografico e quindi si fa sempre più fatica a trovare non solo professionisti, ma anche impiegati e collaboratori».
Anche Kering è venuto a produrre direttamente i suoi brand...
«Kering è a Padova, non ha struttura produttiva, ma si serve di fornitori terzi per la gestione diretta dei suoi brand. È chiaro che questi colossi, internazionalizzando la produzione delle loro linee, limitano l’offerta dei grandi marchi, molti dei quali erano prodotti anche da noi. Ma devo dire che, pur nell’amarezza di vedere aziende passare in mani straniere – perché io sono molto patriottica – guardiamo all’aspetto positivo: i francesi continuano a investire nel territorio. Kering nel Veneto porta lavoro».
3.500 dipendenti e 1000 negozi. Quale è la sua strategia in questo momento?
«Restiamo positivi, sperando che questa situazione non ci penalizzi troppo. Non c’è soltanto la ripercussione sui mercati – Dubai era partito benissimo e ora siamo molto amareggiati anche da un punto di vista umano – c’è anche quella psicologica, che unita agli effetti del carovita porterà i consumatori a essere più attenti e a risparmiare facendo durare una stagione in più l’occhiale da sole. Anche in azienda dovremo mettere maggiore attenzione, agendo su sprechi e costi non necessari».