Corriere della Sera, 4 aprile 2026
Francesca Barra parla dell’educazione digitale dei figli
«È cominciato tutto quando mi sono accorta che, a volte, mentre mia figlia giocava, mi chiamava: mamma, mamma... Io ero accanto a lei, consultando notizie, scrivendo mail e non le rispondevo subito. Ho capito che a lei restava impresso non che stessi lavorando, ma che ero distratta dal telefonino e che, crescendo, poteva convincersi che la normalità fosse parlare con qualcuno che non ti guarda davvero». La conduttrice del talk politico 4 Di sera di Rete4 Francesca Barra ha quattro figli nati fra il 2006 e il 2022, l’ultima, Atena, avuta col marito, l’attore Claudio Santamaria. E, anche partendo da questa scena domestica, ha iniziato a interrogarsi sul modo in cui cresciamo i bambini nell’era degli smartphone. Il risultato è un libro appena uscito: Il no che vorrei dirti – Smartphone, chat e social, guida pratica per genitori smarriti, edito da Giunti.
Con quattro figli da 4 a 19 anni, come ha visto cambiare la pervasività degli smartphone?
«Coi due a cui ho già dato il telefonino ho fatto un patto educativo: non è un regalo, ma uno strumento, anche per stare in contatto col papà, da cui sono separata. Però il patto è stato più semplice col figlio maggiore che con la figlia dodicenne perché ora ci sono pericoli nuovi: social diversi, l’intelligenza artificiale, il deep web... Emma è ligia alle regole, ma oggi i suoi coetanei vanno a un pigiama party e cinque secondi dopo hanno già le foto sullo stato di WhatsApp. È complicato spiegare che questo significa che decine di persone hanno una loro foto e possono farne un uso sbagliato. Oggi, per un genitore è più difficile trovare l’equilibrio fra proteggere e non isolare».
Quanto condiziona il fatto che altri genitori siano più permissivi?
«Moltissimo. Un giorno, una compagna delle medie ha detto a Emma che le sue regole erano esagerate. L’ha fatta sentire un po’ ghettizzata. Mi sono chiesta: sbaglio, pretendo troppo? Mi è successo anche di non mandarla a un concerto del rapper Shiva. Ho letto i testi, glieli ho mostrati e le ho chiesto: ti piacerebbe se un ragazzo ti parlasse così? Purtroppo, in certi casi, può esserci la sensazione che sia un’ingiustizia, ma quello è il momento in cui non devi mollare».
Che altro c’è nel «patto educativo»?
«Il principio è che lo smartphone è uno spazio guidato da noi genitori. Mia figlia dodicenne ha solo i numeri di familiari e amiche del cuore. Il telefono, la sera, non entra in camera da letto e io ho il Pin. Poi, io e Claudio ci impegniamo a essere d’esempio. Io ho disinstallato le app buone solo a distrarmi, mi sono riappropriata di tempo per me e per i figli, e abbiamo stabilito che la cucina è smartphone free anche per noi adulti».
Altre strategie?
«Sono partita da una frase di Joseph Conrad salvifica per la mia creatività quando lavoro a un’inchiesta giornalistica, a un libro, a un podcast: “Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”. Ho pensato che devo insegnare ai figli che esiste un tempo di sguardi sollevati dal cellulare e ho escogitato passatempi da fare insieme come “il martedì della lettura” e le lezioni di uncinetto. Se togli il telefono e non dai alternative, crei frustrazione. Se offri esperienze, i ragazzi scoprono che esiste altro».
E i figli apprezzano?
«Hanno scoperto anche il valore della noia, che per la mia generazione è stato essenziale. Se da piccoli, al ristorante, per tenerli buoni, non gli metti in mano un telefono, dopo un po’ che si annoiano, s’inventano un gioco. L’anno scorso, in attesa di traslocare in una casa nuova a Milano, abbiamo vissuto per un periodo in campagna, in un posto dove non c’era niente da fare, ma siamo andati al fiume, abbiamo giocato con le pietre e poi ci siamo scoperti arrossati e affamati e siamo andati a cercare un posto dove mangiare e, a fine giornata, avevamo una strana euforia: la noia ci aveva portati a fare cose antiche, insieme. Infatti, la casa l’abbiamo tenuta e lì tutti sono felici e si dimenticano il telefono. Claudio si è rimesso a costruire con le sue mani cose che normalmente avrebbe comprato».
Non diventerete anche voi una famiglia del bosco?
«Non penso che togliere i figli dal mondo sia il modo giusto per prepararli a starci dentro. Penso, invece, che noi genitori dobbiamo imparare a usare le piattaforme amate dai ragazzi, capire cosa succede davvero lì dentro e assumerci la responsabilità d’insegnare come si usano. Io, essendomi iscritta a Psicologia per prendere la seconda laurea, ho fatto anche una tesina in cyberbullismo».
Come si spiega il caso del tredicenne che ha tentato di uccidere una prof in diretta social e quello del diciassettene di Telegram accusato di terrorismo ?
«I ragazzi non sanno più distinguere il bene e il male, mentre i genitori danno per scontato che questa distinzione sia già chiara. Ma coi videogiochi i ragazzi si sono abituati alla violenza: possono infliggere coltellate senza provare emozioni negative perché il sangue lo hanno visto ovunque».
Nel libro, intervista esperti di digitale, docenti: che cosa ha capito meglio?
«Per esempio, i meccanismi dell’algospeak. Un giorno, Claudio mi ha chiesto “perché secondo te alcuni miei post funzionano meglio di altri?”. Mi sono iscritta a un corso e ho scoperto che l’algoritmo premia o penalizza certe parole. Perciò i ragazzi imparano ad aggirare il sistema cambiando grafia, scrivono “s3sso” o “v10lenza”. Questo può essere pericoloso, ma in certi casi può essere una forma di creatività e di ribellione all’algoritmo».
Perché lei ha smesso di mettere foto dei suoi figli sui social?
«Quando ho denunciato i siti che hanno diffuso delle mie false foto di nudo create con l’intelligenza artificiale, mia figlia Emma, mi ha chiesto “come ti fa sentire tutto questo?”. Ho capito si stava chiedendo: “Come mi sentirei, se capitasse a me?”. Questo è uno degli episodi che mi ha fatto comprendere che noi pensiamo di condividere qualcosa di bello, ma stiamo aprendo una finestra incontrollabile in cui non entrano solo persone perbene».