Corriere della Sera, 4 aprile 2026
Gaza, l’80 per cento delle scuole è stato distrutto
Quel che resta delle università è stato trasformato in campi rifugiati, i cortili dove passeggiavano gli studenti affollati di tende improvvisate, teloni di plastica tenuti su da pareti di lamiere. Così nella realtà capovolta di Gaza dopo oltre due anni di guerra è sembrato sensato allestire un’università in mezzo al campo rifugiati più grande, quello di Al Mawasi lungo la costa sul Mediterraneo, dove i palestinesi sono stati sospinti dagli ordini di evacuazione dell’esercito.
Dalla fine del Ramadan possono i ragazzi entrare nel campus – finanziato da organizzazioni arabe – e ritrovarsi in un’aula che ricorda quelle frequentate prima del 7 ottobre 2023, prima dell’offensiva ordinata dal governo di Benjamin Netanyahu in risposta ai massacri perpetrati dai terroristi di Hamas nel sud di Israele. Mancano ancora molte apparecchiature, ma ci sono i banchi, le lavagne elettroniche: la luce va e viene eppure è un primo passo per evitare il blackout culturale per tutta una generazione.
Gli atenei di Gaza come quello islamico hanno già tentato di offrire lezione dallo scorso dicembre nelle vecchie sedi, ma la ricostruzione promessa dagli americani dopo il cessate il fuoco dello scorso ottobre non sta partendo. I palazzi degli istituti sono in macerie e quel poco rimasto in piedi è occupato dagli sfollati. Quello che le Nazioni Unite hanno denunciato come «scolasticidio» ha lasciato 750 mila studenti, donne e uomini, senza lezioni dall’inizio della guerra, l’80 per cento delle scuole è stato distrutto o danneggiato, i portavoce dell’esercito israeliano sostengono che Hamas le usava come basi, in particolare hanno accusato l’Unrwa di aver permesso l’infiltrazione dei jihadisti.
Nei mesi di conflitto sono però emersi video girati dagli stessi soldati in cui i palazzi delle università venivano riempiti di tritolo e fatti saltare senza un’apparente ragione militare, erano orami vuoti. Distrutte anche le biblioteche.
Rifaat Alareer credeva nei libri, il 7 dicembre è stato ucciso da un missile che ha centrato l’edificio in cui si era rifugiato con il fratello, la sorella e i quattro figli di lei. In una delle ultime interviste raccontava «di non saper dove scappare», nell’ultima poesia scrive: «Se devo morire / che porti speranza / che diventi una storia». Insegnava Letteratura inglese all’università islamica, lezioni che all’inizio sbalordivano gli studenti perché nella sua classe anche loro potevano parlare, dovevano parlare, altrimenti non superavano l’esame su William Shakespeare. Sapeva che senza i libri la dittatura di Hamas sarebbe stata ancora più soffocante, l’occupazione israeliana ancor più opprimente. Rifaat voleva educare il futuro aperto di Gaza, al mondo e all’altro, quest’ultima guerra aveva asfissiato la sua voce illuminata, fino ad alcuni messaggi sui social media dopo l’eccidio del 7 ottobre in cui negava gli stupri commessi dai terroristi e spandeva un sarcasmo brutale sulle vittime, anche i bambini. I suoi studenti devono poter ritrovare gli spazi protetti – al dialogo, alle idee – che aveva creato per loro, prima di perdere la speranza e in parte se stesso.