Corriere della Sera, 4 aprile 2026
Deficit, la battaglia del 3% tra Giorgetti e Bruxelles
«Se la situazione non cambia una riflessione nella Ue sulla deroga al Patto di Stabilità sarà inevitabile». Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, preoccupato, torna a evocare la possibilità di sforare nel 2026 il tetto di deficit al 3% del prodotto nazionale per le conseguenze della guerra e la crisi energetica. L’impatto sulla crescita sarà importante: Bankitalia ieri ha ridotto allo 0,5% la previsione per il Pil 2026 e 2027 (ma potrebbe essere zero quest’anno e -0,6 il prossimo, se lo scenario si aggravasse), con un’inflazione al 2,6%.
Da Bruxelles, invece, la Commissione frena. «La clausola di salvaguardia, che consente agli Stati membri di deviare dal loro percorso di spesa netta, può essere attivata solo in caso di grave recessione economica nell’area dell’euro o nell’Ue nel suo complesso. Monitoriamo, ma non ci troviamo in questo scenario». «L’ho detto all’inizio del conflitto, ripetuto all’Eurogruppo e continuerò a dirlo, perché questa è la realtà» insiste il ministro.
La partita in Europa non sarà facile. Francia e Germania quest’anno prevedono già deficit molto superiori al 3% del Pil e seguono la loro strada. L’Italia rischia di rimanere incastrata nelle regole. Oltre al problema dei conti 2026 in tensione, c’è quello del disavanzo 2025, che doveva tornare sotto al tetto del 3% e farci uscire dalla procedura di infrazione e invece si sarebbe fermato al 3,1%. L’Istat, ieri, ha confermato il dato preliminare di qualche giorno fa. Non è ancora quello definitivo, atteso il 22 aprile, ma quel decimale in più, se confermato dalle scrupolose verifiche in corso, rischierebbe di complicare le cose. Rimanere nella procedura di infrazione imporrebbe vincoli anche in vista della prossima manovra, l’ultima prima delle elezioni.
Il governo non dovrebbe solo restare nel sentiero della spesa netta, che Giorgetti ha disegnato in maniera molto agevole, visto che potrà crescere di quasi il 2%, ma contestualmente ridurre il disavanzo in misura maggiore di quanto già previsto. Il che ridurrebbe i margini di manovra. In procedura, e con gli spazi del bilancio già compressi, diventa inoltre più difficile affrontare le spese per il riarmo, almeno 13 miliardi nel triennio, anche attivando l’altra clausola di salvaguardia specifica prevista dalla Ue. Si rischierebbe di restare sotto i vincoli di bilancio per anni.
«Per quanto riguarda le spese della difesa, vedremo nel Dfp sul quale stiamo lavorando e ho già doverosamente relazionato alla premier e ai vice» dice il ministro dell’Economia, che non vuole fare il passo più lungo della gamba. La situazione economica evolve di ora in ora, e il Mef ha predisposto diversi scenari. Il Dfp si limiterà a indicare gli andamenti tendenziali dell’economia, con una riduzione delle previsioni di crescita, e della finanza pubblica, ma non darà indicazioni puntuali sugli obiettivi programmatici. Per il varo del Dfp si potrebbe dover attendere fine aprile. Nella speranza che la situazione dell’economia globale non peggiori e che quel decimale in più di deficit scompaia nell’ultima revisione.