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 2026  aprile 03 Venerdì calendario

Nella mente di Violet che sparò a Mussolini

La storia a volte è questione di millimetri. Di proiettili che mancano il bersaglio. E di gesti improvvisi che salvano una vita. Come quella di Benito Mussolini, che il 7 aprile del 1926 – pare per uno scarto della testa nel fare il saluto romano – fu colpito solo di striscio dal colpo sparato da breve distanza dalla cinquantenne irlandese Violet Gibson. Uno sparo che avrebbe potuto cambiare la storia. «Premo il grilletto, non tutto, solo un millimetro, solo il primo millimetro. La molla si comprime sotto la pressione del mio dito. In questo istante il tempo si dilata fino a diventare infinito», dice la protagonista di quell’avvenimento nel romanzo che le dedica Michele Caccamo, Ho sparato a Mussolini (Elliott, pagine 154, euro 16,00) in libreria da oggi in occasione del centenario di martedì. La donna scampò al linciaggio della folla riunita in piazza del Campidoglio e venne poi sottoposta a processo, dal quale uscì assolta per infermità mentale. Aveva infatti alle sue spalle un ricovero di due anni per un forte esaurimento nervoso che l’aveva fatta dichiarare pazza, atti violenti contro altre persone e infine un tentativo di suicidio nel 1925. Venne, dunque, rimandata in Inghilterra e ricoverata in un ospedale psichiatrico, dove morì ottantenne nel 1956. Il Duce se la cavò con un vistoso cerotto sul naso.
In realtà suggerisce il sottotitolo del romanzo quella di Violet fu una “san(t)a follia”. Una ribellione al culto del Capo e della violenza portata avanti da una donna dalla forte spiritualità e che non è mai stata a suo agio nella società in cui ha vissuto. A partire dalla Dublino del 1892, quando la sedicenne Violet Albina Gibson, questo il suo nome completo, passa il tempo a guardare gli angeli dipinti sul soffitto del palazzo. Il padre Lord Ashbourne è un politico importante, Cancelliere d’Irlanda, e una figura assente. È un rigorista, abituato a trattare Dio come se fosse un suo sottosegretario, ironizza la ragazza. «In famiglia si è anglicani per convenienza, irlandesi per nascita, britannici per ambizione. Io, però, non sono nulla di tutto questo», proclama la giovane contro la rigidità del suo ambiente. Nel quale «finora, Dio non si è mai visto. Forse è troppo vivo per questa nostra compostezza». Ma lei lo cerca esprimendo l’intenzione di farsi suora e suscitando le ire della madre Frances Colles, una che «sembra nata esclusivamente per sposare titoli e generare eredi». Questo rigetto si palesa anche nella scena del ballo con cui Violet viene introdotta a corte: vede la regina Vittoria ridotta in cenere e sé stessa con una pistola in mano. Una prefigurazione del futuro. Da Dublino passerà ai manicomi londinesi, alla Grande Guerra, alla morte dei fratelli, uno dei quali si suiciderà nel 1922. Fino all’approdo alla Roma del post delitto Matteotti. «In Italia il tempo non è più in grado di portare avanti le cose. Roma è ancora Roma, ma si muove in modo più rigido. C’è una specie di vigilanza che parte da dentro, come se ognuno sorvegliasse i propri gesti prima ancora di compierli», annota in un capitolo che si intitola non caso “Colpire, Raddrizzare. Correggere”. Gira per chiese e mercatini, dove c’è chi vende armi. E lei compra una rivoltella.
Caccamo – poeta, scrittore, drammaturgo e paroliere esplicita sin dall’inizio di non aver scritto una biografia: per quanto il racconto sia documentato, talvolta si discosta dalla verità storica. Piuttosto l’autore entra dentro la mente di Violet, ne ricostruisce il mondo interiore attraverso un monologo visionario, frammentato in frasi giustapposte e brevi capitoli. Nei quali la storia è filtrata dallo sguardo allucinato, ma profondo della donna. «Trentamila camicie nere. Il re che cede. Il parlamento che si piega. Benito Mussolini. Ora so il nome. Prima era solo “l’uomo”. Ora è il Duce. Dux. Condottiero. L’Italia che si veste di nero. Tutta l’Europa lo seguirà. A meno che qualcuno non lo fermi. Qualcuno di piccolo. Di folle. Qualcuno come me. Le sue parole sono proiettili. Uccidono il pensiero. Istupidiscono le masse. In Italia sta nascendo qualcosa di mostruoso. Lo sento nel sangue che mi si agita quando guardo la macchia sul tappeto persiano. Quella macchia che cresce e mi chiama. Le parole di quell’uomo uccideranno. La mia risposta ci sarà in un suono secco, metallico, definitivo. Penso che sarà proprio quello il giorno in cui tutti quanti smetteremo di parlare, che Dio sarà udibile», il suo monologo franto.
Sulla figura di Violet Gibson a lungo si è taciuto, forse per il carattere meno politico – rispetto ad altri – attribuito al suo tentativo di assassinare il dittatore fascista. Nel 2010 in Inghilterra è uscita una biografia di Frances Stonor Saunders ( The woman who shot Mussolini, Faber and Faber) e in Irlanda nel 2020 un film documentario. Nel 2022 una targa commemorativa è stata apposta a Dublino sulla sua casa natale a Marrion Square. Segni di una tendenza a rivalutarne la figura e a renderne la complessità. Divenuta cattolica nel 1902, il suo itinerario è passato per per l’antroposofia di Rudolf Steiner – conosciuto in Svizzera – e per l’impegno nei movimenti femministi e pacifisti, come il Congresso internazionale delle donne per la pace, e socialisti, collaborando con la laburista Sylvia Pankhurst.
In Italia si trovava uno dei centri dove la dottrina di Steiner si era maggiormente diffusa. A Roma, via Gregoriana 5 – come si intitola il saggio della storica Rossella Pace da poco uscito per Franco Angeli (pagine 126, euro 22,00) e dedicato a Le élites liberali dall’Aventino alla Resistenza – le idee spiritualiste erano portate avanti dalla famiglia del duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, detto “the antroposophist duke”. Oltre a tracciare attraverso questa figura le attività antifasciste e di aiuto agli ebrei portate avanti da espomenti dell’aristocrazia vicini alla massoneria e al Vaticano, l’autrice dedica alcune pagine al caso Gibson. La donna, infatti, all’indomani dell’arresto indicò nel duca l’uomo che l’aveva armata e indotta al gesto. Tutto si risolse in un nulla di fatto, anche per la volontà fascista di non urtare l’Inghilterra e accreditarsi a livello internazionale. La Gibson, che fece affermazioni disordinate anche perché non padroneggiava l’italiano, fu consigliata «di dichiararsi pazza per diminuire il portato delle sue azioni». I familiari confermarono. «Nel giro di pochi mesi l’inchiesta perdeva ogni caratterizzazione politica e la Gibson finiva per essere giudicata per un gesto causato da una sorta di lucida follia: sostanzialmente era consapevole di stare commettendo un delitto, ma restava una folle». Questione di millimetri.