La Stampa, 3 aprile 2026
Tadao Ando parla della sua pittura
A Palazzo Grassi, l’ultima dimora patrizia neoclassica costruita a metà Settecento sul Canal Grande prima della caduta della Serenissima, tra le sale rinnovate dal minimalismo di Tadao Ando, esplodono i colori compostamente provocatori di Michael Armitage, 42 anni, kenyota, artista del momento e protagonista con questa mostra The Promise of Change fino al 10 gennaio della nuova stagione della Biennale d’arte in Laguna. Sotto la sapiente direzione di Bruno Racine, la premurosa curatela di Jean-Marie Gallais, la supervisione internazionale di Emma Lavigne ed il raffinato allestimento di Flavia Chiavaroli, la Collezione Pinault presenta così una delle sue produzioni più d’impatto, oltre a Lorna Simpson e Paulo Nazareth nella vicina Punta della Dogana. Armitage, che ricorda con affetto la sua prima personale italiana a Torino alla Fondazione Sandretto nel 2019, «quando ammirai l’Egizio e la Gam», racconta nel Café della sede espositiva perché ha deciso di affrontare temi come la violenza, l’ideologia e le migrazioni.
Cominciamo dalla base, perché le sue tele sono di un materiale particolare?
«Non volevo essere associato all’arte occidentale. La mia forma di espressionismo fa parte dell’Est Africa. Ci ho messo cinque anni a trovare il materiale giusto cercando nei mercati, così ho scoperto il lubugo tratto dalla corteccia di fico e usato come sudario dal gruppo dei Baganda dell’Uganda. Mi interessa usarlo lontano dal significato e dalla funzione iniziale».
I suoi buchi naturali caratterizzano le sue tele, è così?
«Sì, il lubugo è ricco di irregolarità e cuciture. Certo dipingere su una tela piana è più facile e ci ho messo oltre un anno per capire come fare».
Perché usa tanti colori?
«Lo trovo un modo per portare attenzione ai particolari nella narrativa dell’opera, cosa far apparire prima e dopo. Possono pure essere una forma di aggressività, per esempio mettendo due tinte forti vicino. Oppure possono essere soft. Inizialmente mi ispiravo ad altri artisti e usavo i colori per trasmettere il senso dell’Africa, poi è diventato semplicemente un mezzo narrativo».
Quali sono gli artisti che l’hanno ispirata?
«Francisco Goya per me rimane il numero uno. Alle Gallerie dell’Accademia di Venezia si trova la Pietà di Tiziano, un punto di svolta della storia dell’arte: da lì immagini Rembrandt o Degas e capisci che prima c’è stato Giotto. Le figure di Cristo e di Maria sono realizzate con una ricchezza di linguaggio che provoca emozioni diverse nello spettatore. Anche gli africani Meek Gichugu e Chelenge van Rampelberg hanno avuto influenza su di me. Tra i contemporanei amo la colombiana Doris Salcedo, l’americana Julie Mehretu, i britannici Chris Ofili e Peter Doig e Nick Goss, il tedesco Sigmar Polke».
Dove vive ora?
«A Jakarta in Indonesia, il paese di mia moglie e dove abbiamo deciso di crescere i figli con la famiglia, oltre a Nairobi in Kenya. Abbiamo lasciato Londra dove ho studiato alla Slade school of fine art».
Come vede il mondo dell’arte da Jakarta?
«Vivo lì da poco e non ho mai mostrato i miei lavori, ma a Nairobi ho fondato un istituto d’arte contemporanea dove per la prima volta ho esposto le mie opere nel mio Paese. Ci ho provato tre volte e alla fine ci sono riuscito. Ora c’è una mostra di Chelenge e della pittrice austriaca Maria Lassnig con anche miei dipinti e questo mi entusiasma perché per anni ho pensato al pubblico kenyota mentre lavoravo. Mi è parso che la reazione sia stata magari problematica, ma rilevante. Non c’è esotismo nei miei lavori, bensì la vita di tutti i giorni. Anche se magari in giro per il mondo può sembrare esotico. Mi è capitato di esporre in Colombia e pure lì mi è parso che i miei lavori suonassero famigliari, perché la situazione sociopolitica è simile. Non è solo questione di colori, ma di idee politiche».
Alcuni dei dipinti più impressionanti a Venezia sono quelli sui migranti, si sente un pittore politico?
«È una domanda centrale nella mia vita e cercherò di dare una risposta breve. Fondamentalmente c’è stato un momento dopo la scuola in cui mi sono domandato il valore e il senso dell’arte. All’inizio dipingevo e mi sembrava ridondante perché non era proprio come fare il medico o il legislatore, mestieri in cui cambi la realtà. Poi ho capito i miei limiti e che non sarei mai stato un bravo dottore o giurista. Ho compreso però anche cosa significasse la cultura per la società, per la storia, per il futuro, e che ci sono diversi modi per impattare su di essa in maniera non immediata. È cresciuta in me la consapevolezza dell’importanza di spazi e tempi dedicati alla contemplazione e al racconto di storie in maniera diversa. Una delle cose che amo della pittura è che dica qualcosa di diverso a tutti quelli che ci si trovano davanti. Questo mestiere mi interessava, ma lo percepivo pure come vitale dal punto di vista sociopolitico. Credo che i musicisti e la loro capacità di coinvolgimento e di responsabilità nei confronti del pubblico mi abbiano ispirato».
Perché ha scelto di essere un pittore figurativo?
«Quando mi sono chiesto il mio proposito, mi sono domandato pure come portarlo avanti. Ho provato la pittura astratta, l’arte concettuale e la scultura. Ma dipingevo persone dall’età di 8 anni e ho pensato di continuare così perché mi sembrava il modo migliore di aiutare il pubblico kenyota ad identificarsi per esempio negli oppositori repressi durante le elezioni del 2017 o nel lockdown del 2020. Una scelta adatta a tutti gli aspetti della vita».
Come ha cominciato?
«Disegnando molto e godendo di buoni insegnanti fin da piccolo. Questo mi ha permesso di imparare in modo non accademico ma sperimentale. Sono stato molto fortunato».
E ha deciso di continuare?
«A un certo punto non è stata più una scelta, era parte di me. Almeno ero diventato qualcosa».
C’è qualcosa del Kenya che vuole trasmettere e che in Europa non le pare sia chiaro?
«Penso ci sia qualcosa di poco chiaro per entrambe le parti, ma quello che mi interessa di più è ciò che abbiamo in comune. L’umanità condivisa. Alcune società ci impongono l’idea che una vita valga più di un’altra, ma per me non è così».