La Stampa, 3 aprile 2026
Intervista a Claudio Bisio
Comico di professione. Sbirro per copione. «Figlio degli anni 70 nell’animo». Claudio Bisio ci scherza su, ma le divise (anche quelle per fiction) gli vanno sempre un po’ strette: «Mai state troppo simpatiche: sa, ricordi di gioventù». Rai 1 l’ha però appena promosso a piedipiatti di fiducia: con Uno sbirro in Appennino, dal 9 aprile su Rai1, Viale Mazzini si aspetta grandi cose (leggi: alti ascolti) da lui. Le premesse per fare bene ci sono. In un mondo di poliziotti tutti forzatamente spregiudicati o dai metodi alternativi il commissario Bisio è un «uomo un po’ antico», che si fa beffe di questa «mania del patriarcato» ma che non si chiude dentro la propria visione del mondo. Prima ancora che gli omicidi, a tenere banco è la serrata dialettica tra lui e la giovane agente Amaranta: due sguardi generazionali sul mondo che si confrontano.
Finalmente non è solo un «noi contro voi»?
«Qui sta il colpo di genio: far dialogare adulti e giovani, metterli uno davanti all’altro e vedere cosa succede. Il mio commissario Vasco e l’agente Amaranta si scontrano ma riflettono sul punto di vista dell’altro, mettendosi in discussione. Una dialettica che continuava anche fuori dal set: io ero il vecchio irriverente (ho sempre amato le scorrettezze) mentre Chiara Celotto (per inciso, attrice bravissima) puntualmente mi redarguiva».
Cosa hanno da insegnarci i giovani?
«La caparbietà. Spesso mi vergogno quando sto con gli amici dei miei figli: loro sono in gamba, hanno le idee chiare, viaggiano, parlano benissimo l’inglese, io invece zero. Da ragazzo ho studiato il francese perché papà sosteneva fosse la lingua del futuro: gli voglio un gran bene, ma non aveva capito proprio niente. Purtroppo oggi ai ragazzi manca una cosa che invece a noi era garantita: le occasioni. Sul cellulare ho una chat con i vecchi compagni di scuola (la mitica quinta D) e tutti hanno trovato il lavoro che cercavano. Oggi invece devi essere caparbio... al buio».
Cosa invece i ragazzi dovrebbero imparare dagli adulti?
«La pazienza. Capisco che sono preoccupati ma, ragazzi: calma e gesso. Ce la farete».
Da giovane militava nell’Avanguardia Operaia, frequentava il centro sociale Leoncavallo. Che anni erano?
«Bellissimi anche se violenti. La mia adolescenza è stata nella Milano degli anni di piombo. Ero sempre in piazza con buona pace dei miei. Ricordo quando morì lo studente Zibecchi: io ero lì, e una volta tornato a casa scoprii che mia mamma, presa dall’ansia che potessi essere morto, era finita in ospedale per una colica. Ora la capisco: erano anni pericolosi, ma se ho scelto di fare l’attore è proprio perché lì ho conosciuto Dario Fo: un grande affabulatore, che teneva un po’ dei comizi un po’ degli show. Lo guardavo, estasiato, e pensavo: “Voglio fare la stessa cosa che fa lui"».
Cosa resta di quel modo di fare contestazione?
«Fino a un mese fa avrei alzato, perplesso, un sopracciglio. In questi giorni però ho visto le proteste dei No Kings e ho ritrovato la speranza. Certo, sono un po’ utopistici ma anche noi lo eravamo. Forse non avremo fatto la differenza, ma intanto all’epoca gli americani si fermarono quando protestammo contro la guerra del Vietnam».
Si dice che con l’età si diventa più smaliziati e conformi. Conferma?
«Non io: mi sono tenuto ben stretto lo spirito di ribellione. Non ho “scarrocciato” (per usare un’espressione nautica). Mi piace trasgredire oggi come allora, e ne vado orgoglioso».
Dopo tanti uomini alfa, la fiction sta ridisegnando i contorni del maschile. Can Yaman si è fatto portabandiera dei maschi sigma, lei con quale lettera greca si descriverebbe?
«Il sigma lo lascio a lui, alfa non lo sono mai stato, quindi opto serenamente per Beta. Diciamo la verità, i perdenti in cerca di riscatto sono i personaggi più interessanti. Per questo nel mio spettacolo teatrale La mia vita raccontata male, preferisco raccontare gli scivoloni che non i successi della mia carriera».
Lei ha due figli, Alice e Federico. Almeno all’inizio, si è sentito spaventato dall’idea di diventare padre?
«In realtà l’ho voluto più io che mia moglie, forse perché lei era più giovane mentre io sentivo già agitarsi nel petto lo slancio da chioccia. Volevo creare qualcosa di mio: una famiglia bella come quella dei miei genitori, anche se poi hanno divorziato. Ho cercato di essere un genitore presente anche se... be’, mia figlia è nata a gennaio del 1996. A febbraio sono andato in Ucraina per girare il film La tregua: le riprese dovevano durare due mesi, ma è successo di tutto, è morto persino il direttore della fotografia. Morale: sono andate avanti per sei mesi, ho visto Alice a luglio».
Che padre è?
«Visto che mia moglie è molto ansiosa, io faccio la parte di quello sciallo, che dice “ma sì, cosa vuoi che succeda, stai tranquilla”. In realtà magari dentro friggo pure io».
E a regole?
«Quando erano ragazzi, capitava che i miei figli facessero dei colpi di testa, come saltare la scuola per giocare a tennis, per cui da padre dovevo sgridarli. Lo facevo, ma dentro di me ero fiero di loro: la vita è più importante di un compito in classe. Tra i ricordi più belli, c’è l’estate: a giugno tutti noi di Zelig lasciavamo a casa le mogli e partivano per una gita padri e figli. Appena entrati in camera (dormivamo insieme) fissavo le regole di ingaggio: di base l’asticella era più alta di quella che fissava mamma. Per me, potevano fare ciò che volevano a patto che mi avvisassero se si spostavano fuori. Non c’erano ancora i cellulari. Ricordo che una volta non trovai più mia figlia: furono due ore da incubo e quando tornò le feci una ramanzina che si ricorda ancora adesso.
Il suo Vasco manda a quel paese una giornalista ed è stato trasferito. Lei invece se l’è sposata. A chi è andata peggio?
«Senza mia moglie mi sentirei perso: non saprei da dove cominciare perché mi mancherebbe la dialettica. Noi ci confrontiamo su tutto, dall’educazione dei ragazzi fino alle scelte quotidiane: a volte vinco io, a volte lei, ma è sempre un arricchimento. Per esempio, per quanto riguarda l’educazione dei figli lei avrebbe voluto mandarli alle scuole steineriane, dove le elementari durano sette anni e c’è una grande educazione alla libertà. Io però mi opposi, per principio: erano private, tuonavo, mentre la scuola deve essere pubblica. Lei cedette ma, ecco, con il senno del poi devo dire che mi sono pentito. Ho sbagliato».
Il vostro primo incontro?
«Non esattamente memorabile. Una volta saliti in macchina, un po’ per l’emozione o forse perché aveva mangiato qualcosa che non andava, lei vomitò tutto sul sedile. Non la consiglierei come strategia di corteggiamento anche se, da allora, non ci siamo più separati».
Tornerà a Zelig?
«L’ultima stagione è stato un successo assoluto. Capisco che la voglia di bissare sia tanta, da parte di tutti, ma non dobbiamo commettere gli errori del passato: prendiamoci un po’ di tempo prima di tornare. Non siamo bulimici».
Magari stavolta ci sarà anche Checco Zalone?
«L’avevo invitato e mi spiace che non sia stato possibile averlo con noi: era molto impegnato con il lancio di Buen Camino. Gli voglio bene e lo stimo molto, però mi piacerebbe se anche lui dicesse che gli è spiaciuto non esserci stato».
Ha visto il film?
«Bello. Il migliore resta il primo (come succede a tutti) ma vedere le sale piene, che scoppiano a ridere in un unico coro, è una gioia immensa».