repubblica.it, 3 aprile 2026
È nuova corsa allo spazio tra Cina e Usa
“Niente errori: siamo in una nuova corsa per lo spazio con la Cina”. È Ted Cruz, senatore repubblicano del Texas a parlare. Ma tutta l’audizione del Senato chiamata a confermare Jared Isaacman come direttore della Nasa, lo scorso 26 gennaio, sembra il grido di una nazione sotto assedio. “Se restiamo indietro, non recupereremo più”, conferma Isaacman. “Se un giorno, al risveglio, vedessimo i nostri rivali taikonauti sulla Luna prima di noi, l’ondata di shock si propagherebbe in tutto il mondo”.
La paura Usa di perdere il primato nello spazio
Pechino, emerge chiaramente nella seduta, fa paura agli Stati Uniti. E il disco argenteo è la superficie su cui questo timore oggi si condensa. Da quando la Cina ha annunciato che porterà un proprio equipaggio sul suolo lunare entro il 2030, la Nasa ha accelerato i suoi programmi per un ritorno sul satellite.
“L’esplorazione non c’entra” ammette candidamente Cruz. “Le scelte di oggi determineranno se gli Stati Uniti continueranno a essere i leader nello spazio o cederanno lo scettro a un regime autoritario”. Mentre Pechino, lanciato il guanto della sfida, continua a lavorare in silenzio e sottotraccia, Washington ha iniziato a dipingersi una serie di scenari spaventosi.
Tim Sheehy, ex marine, senatore repubblicano del Montana, spiega per esempio, sempre nella seduta di gennaio, che “la Cina sta avanzando a rotta di collo. Vogliono vincere a tutti i costi. Se non concentriamo i nostri sforzi per puntare alla vittoria, presto andremo a dormire sotto al bagliore di una Luna rossa”.
I progressi di Pechino
A febbraio, proprio mentre il lancio di Artemis II veniva rinviato per una perdita di carburante, la Cina ha lanciato, con successo e senza clamore, la sua navicella Mengzhou (vascello dei sogni) nel suo primo volo di test senza equipaggio, usando il razzo Lunga Marcia 10 destinato a portare i taikonauti sulla Luna.
Alla fine dell’anno Mengzhou dovrebbe tentare un viaggio verso la stazione orbitante cinese Tiangong, con una manovra di attracco. Una settimana fa una rivista scientifica in cinese ha rivelato i dettagli tecnici del lander Lanyue (“abbracciare la Luna”) che porterà i taikonauti sul suolo lunare, con la sequenza delle fasi di allunaggio.
La corsa allo spazio si gioca insomma anche sui nervi. Cruz ieri, subito dopo il lancio, ha pubblicato un post soddisfatto: “Buon viaggio patrioti”, ricordando che il “Big Beautiful Bill”, il bilancio stilato dal presidente Trump, prevede fondi stabili e abbondanti per l’intero programma Artemis.
Il ritardo dei lander americani
Fra le quattro mura dell’audizione del Senato però la senatrice democratica di Washington Maria Cantwell si era mostrata molto meno sicura di sé: “I resoconti che abbiamo ascoltato dagli esperti lasciano poco spazio ai dubbi. Il lander di SpaceX non sarà probabilmente pronto per riportare gli americani sulla Luna né nel 2027 né nel 2028. E quasi certamente perderà la gara con la Cina”.
Neanche il secondo lander in preparazione alla Nasa, Blue Moon dell’azienda Blue Origin, sarà pronto con grande anticipo rispetto all’appuntamento del 2028, scadenza della presidenza Trump.
La Cina nel frattempo – unica nazione al mondo – è riuscita a far atterrare una sonda sul lato nascosto della Luna e a riportare a Terra alcuni campioni di suolo per un’analisi scientifica. Si tratta di un obiettivo difficile, perché la faccia lontana è priva della possibilità di comunicare con la Terra.
Le basi permanenti al Polo Sud
I progetti per tornare sul satellite da qui al 2030 sia per gli Usa che per la Cina si concentreranno al Polo Sud, dove sia Washington che Pechino (in collaborazione con Mosca) puntano a realizzare una base permanente, munita di un reattore nucleare per l’elettricità.
Al Polo Sud lunare si trova acqua sotto forma di ghiaccio. Separando le due componenti idrogeno e ossigeno, la molecola potrebbe essere usata tra l’altro come combustibile per razzi. Il terreno però è più accidentato rispetto all’equatore, luogo scelto da Pechino per il primo allunaggio del 2030.
Un’altra risorsa ambita potrebbe essere l’elio-3, un elemento chimico quasi assente sulla Terra che potrebbe essere usato nei reattori a fusione nucleare. Si tratta di centrali dove si spera un giorno (gli esperimenti sono ancora lontani dal traguardo) di riprodurre la reazione che alimenta le stelle, per la quale l’elio-3 sembra particolarmente adatto.
“Sulla Luna c’è elio-3 – ha confermato Isaacman nell’audizione al Senato – e sappiamo quante guerre siano state combattute dalla nostra nazione in nome delle fonti di energia. Sbagliare la nostra politica spaziale potrebbe avere ripercussioni qui sulla Terra tali da sbilanciare l’equilibrio dei poteri”.