la Repubblica, 3 aprile 2026
Caso Ramy, pm chiedono il processo per il carabiniere
Omicidio stradale ma «con eccesso colposo di adempimento del dovere», cioè di fatto facendo il suo lavoro. È con quest’accusa che la procura milanese chiede ora il processo per il carabiniere Antonio Lenoci, al volante della gazzella durante il lungo inseguimento che portò alla morte del 19enne Ramy Elgaml nella notte del 24 novembre 2024. La richiesta di rinvio a giudizio è stata formulata anche per l’amico di Ramy alla guida del T-Max: Fares Bouzidi scappò dal posto di blocco innescando la corsa di otto chilometri a tutta velocità per le strade di Milano e per lui la contestazione è di concorso in omicidio stradale. Chiesto il processo anche per altri sei militari coinvolti nella vicenda, accusati a vario titolo di favoreggiamento, depistaggio e falso nel verbale d’arresto dell’amico della vittima.
La richiesta di rinvio a giudizio per gli otto imputati, formulata dai pm Giancarla Serafini e Marco Cirigliano con l’aggiunto Paolo Ielo ricalca l’ultima chiusura indagini di due mesi fa in cui l’imputazione di omicidio stradale a carico del vicebrigadiere si era lievemente attenuata. Ora dovrà essere vagliata da un giudice in udienza preliminare. Toccherà a lui valutare quanto contestato al carabiniere Lenoci, 38 anni, che guidava la “Volpe 40”, difeso dagli avvocati Roberto Borgogno e Arianna Dutto, e cioè di essersi avvicinato eccessivamente al motorino – «ottanta centimetri circa» – mentre procedeva a più di 50 chilometri orari «mantenendo una distanza e una velocità inidonee a prevenire eventuali collisioni o tamponamenti con il mezzo in fuga» con «una manovra particolarmente avventata».
Lenoci avrebbe agito di fatto svolgendo il suo lavoro ma tenendo una distanza troppa ravvicinata allo scooterone in relazione alla velocità. Da qui la condotta colposa. Ci fu, infatti, un «urto» tra il lato posteriore destro del T-Max con la «fascia anteriore del paraurti» della Giulietta. Lo scooter slittò e Ramy venne sbalzato «contro il palo» di un semaforo e poi schiacciato dalla macchina dei carabinieri, che finì addosso, anch’essa, al palo. Per il vicebrigadiere anche le lesioni verso Bouzidi sono per «eccesso colposo nell’adempimento del dovere».
Per i pm, il 23enne Fares Bouzidi – due mesi fa arrestato a Milano, sorpreso a rubare una moto con un complice – con una «repentina e improvvisa manovra a destra provocava l’urto dell’area posteriore destra del suo motoveicolo con la fascia anteriore del paraurti della Giulietta dei carabinieri, con la conseguente proiezione del passeggero». Ramy, che poi morirà. Già condannato in primo grado per resistenza a 2 anni e 8 mesi e difeso dai legali Debora Piazza e Marco Romagnoli, per il 23enne si chiede il processo per omicidio stradale in concorso in relazione a quella fuga, senza patente, a tratti «contromano» e con picchi di velocità oltre i 120 chilometri orari. A quattro militari, poi, vengono contestate, a vario titolo, ipotesi di depistaggio e favoreggiamento per aver costretto testimoni a cancellare i video di quella notte.
Un’altra imputazione nei confronti di quattro carabinieri, tra cui Lenoci stesso, riguarda presunti falsi nel verbale d’arresto di Bouzidi per resistenza. Avrebbero omesso, secondo i pm, «di menzionare l’urto», scrivendo «falsamente» che lo scooterone «a causa del sovrasterzo scivolava». Circostanza «smentita» dalla «ricostruzione» della Polizia Locale e dalla consulenza dell’esperto dei pm. E anche «dalle immagini acquisite».