corriere.it, 3 aprile 2026
Biennale, lettera di 70 artisti: «Oltre alla Russia, via anche Israele e Usa».
Biennale sempre più nel mirino di fuochi incrociati. E non solo per il ritorno del Padiglione Russia, su cui il ministero della Cultura continua a indagare. Ora si aggiunge la lettera di settanta tra artisti e curatori che all’Esposizione sono stati invitati a partecipare e che chiedono che vengano «espulsi», oltre alla Federazione russa, Israele (già al centro del boicottaggio della rete Anga, Art not genocide alliance) e Stati Uniti. Tra poco più di un mese la 61esima edizione sarà inaugurata e il clima, invece di distendersi, si fa sempre più incandescente.
Chieste le comunicazioni con Mosca dal 2022
Nei giorni scorsi, proprio quando il ministro della Cultura Alessandro Giuli si trovava a Leopoli in Ucraina, alla Fondazione veneziana veniva richiesto un addendum al dossier già inviato in via del Collegio Romano con tutti i documenti (dalle comunicazioni intercorse tra Biennale e Russia sulla riapertura del Padiglione alla logistica) sul ritorno dopo quattro anni di assenza dai Giardini. Ma a Roma questo materiale evidentemente non basta: la Biennale deve consegnare tutti gli scambi intrattenuti con la Russia dal 2022, quando cioè è iniziata l’aggressione dell’Ucraina e sono scattate le sanzioni. A Ca’ Giustinian, tra l’altro, sarebbero stati dati tempi stretti: pare che il file debba essere consegnato dopo Pasqua, non oltre. Il motivo è semplice: sabato 9 maggio la Biennale Arte apre al pubblico dopo tre giorni di vernici e se ci fossero irregolarità, suscettibili appunto al regime sanzionatorio, bisogna agire per tempo. Giuli, d’altronde, non ha mai fatto finora un passo indietro sulla sua contrarietà al Padiglione (e sui suoi contrasti con il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco). E da Leopoli nel rimarcare il ruolo del Paese nella ricostruzione di Odessa, ha sottolineato: «Siamo uniti nel contrasto a ogni forma di propaganda e disinformazione russa nelle nostre società aperte».
E contro la propaganda si espongono artisti e curatori – tra cui Alfredo Jaar, Tabita Rezaire, Pio Abad, Zoe Leonard e Galas Porras-Kim ma anche Rasha Salti, Gabe Beckhurst Feijoo e Rory Tsapayi chiamati per realizzare la mostra principale «In Minor Keys» – che alla Biennale hanno inviato una lettera estendendo il perimetro dei Paesi da allontanare in nome dello stesso progetto di Koyo Kouoh, la direttrice artistica scomparsa il 10 maggio 2025 a una anno dall’apertura della «sua» Mostra internazionale d’arte e che, si legge, «è un invito ad abbandonare “lo spettacolo dell’orrore” per sintonizzarsi su “frequenze più basse”, su spazi di ascolto e di salvaguardia della dignità di tutti gli esseri viventi». In tal senso, i firmatari portano la propria solidarietà «alle popolazioni colpite da violenze sistemiche, disuguaglianze e cancellazione». Dalla Palestina al Sudan e Myanmar dove è in corso «genocidio e pulizia etnica», a Camerun, Congo, Cuba, Iran, Kashmir, Libano, Mozambica, Ucraina, Venezuela «dove sono in corso violenze, occupazione e guerre», sottolineano.
«È il mondo in cui viviamo, è il mondo in cui produciamo il nostro lavoro – continuano – ed è il contesto in cui la Biennale sarà vista e percepita». E loro «operatori culturali impegnati in una pratica decoloniale e antirazzista» non possono restare a guardare di fronte alla presenza di Israele all’Arsenale (il suo Padiglione è chiuso per restauri), della Russia e appunto degli Usa di Donald Trump. A sostegno della possibilità di estromissione ricordano alcuni precedenti: «Tra il 1968 e il 1993 il Sudafrica è stato escluso, quindi la sospensione della partecipazione russa». E soprattutto «la Biennale del 1974, quando la manifestazione venne riorientata in solidarietà con il popolo cileno dopo il colpo di stato di Augusto Pinochet».