Sette, 3 aprile 2026
Dubai, addio: così la guerra in Iran sta travolgendo il Golfo.
Il clero che sclera. Raccontano che la cosa che più faceva arrabbiare la Guida Suprema Alì Khamenei, prima d’essere ammazzata, non fosse il fatto di non poter mai uscire dall’Iran. E nemmeno che le ragazze di Teheran non volessero più saperne del velo. No. L’Ayatollah in Chief non si capacitava che fuori dalla Persia non si parlasse più il persiano. Che la lingua usata per secoli in mezz’Asia fosse diventata, oltreconfine, una lingua morta. Che grandi nazioni come l’India avessero cambiato i nomi farsi d’alcuni villaggi. Che Paesi confinanti e sunniti, dal Pakistan alla Turchia, avessero proibito nelle scuole l’iraniano degli sciiti. E terre come la Bosnia o l’Albania, dove ai tempi degli Ottomani si produceva grande letteratura persiana, ne avessero cancellato ogni traccia. Che perfino molti afghani, ormai, preferissero usare l’inglese. Un declino inevitabile. Riassumibile in una sola domanda: ma perché tutti i vicini odiano l’Iran?
PETROLIO IN FIAMME
Marzo di guerra. Sull’orizzonte di Hormuz e sullo skyline del Burj Khalifa, cadono droni e qualche goccia. Marziali nuvole nere di petrolio in fiamme. Nuvolaglia grigia di pioggia marzolina. Gli allarmi squillano per abitudine, i superyacht galleggiano vuoti per inerzia, le escort fanno sconti sul piacere, le mille luci di Dubai scintillano solo per dovere. Nei ristoranti finto-mediorientali non ci sono abbastanza turisti per l’ayyala, l’antica danza dei bastoni che simula le battaglie. Qui e ora, è battaglia vera. Ogni tanto compare sul display un’allerta che sembra scritta da Tajani – “potential missile threats, stay away from windows and doors”, bombardano, alla larga da porte e finestre –, e si fa tutti finta di nulla, ma no, non sarà certo un drone a farla padrone, si sta come d’autunno i datteri e le foglie e dunque business as usual: tutti, tranne le ottomila aziende e i 150mila iraniani che stanno negli Emirati. E preparano le valigie: il governo emiratino ha deciso che le quattro scuole di persiano vanno chiuse e i 2.500 studenti se ne devono tornare rapidamente a Teheran. Sono state sospese le attività social dell’Iranian Club di Dubai, famoso per le sue feste di fine Ramadan. Sloggia l’ospedale della Mezzaluna Rossa iraniana, uno dei più antichi: «La polizia ci ha ordinato di dimettere i pazienti». Sono Dies Iran. Nel carcere di Abu Dhabi, finiscono decine di sciiti accusati di «fomentare l’opinione pubblica diffondendo false voci» e sedici hezbollah che «cercavano di destabilizzare il Paese». Succedono cose simili in Kuwait e nel Bahrein. L’Arabia Saudita, che tre anni fa era tornata a scambiarsi gli ambasciatori con gli ayatollah, adesso dà ai diplomatici iraniani 24 ore di tempo per lasciare il regno. Mettete il bavaglio al sabotatore, invocano sui social arabi, perché lo diceva anche il vecchio re Feysal: è dall’albero dei persiani che dipende la tranquillità di tutto il frutteto, quindi sciò, tutti via.
Non è scoppiata solo la terza Guerra del Golfo. È scoppiata la prima Guerra nel Golfo. E non più la Guerra Fredda sciiti-sunniti che divideva l’Islam da cinquant’anni: una guerra rovente. «La più grande minaccia alla sicurezza energetica globale della storia» (Fatih Birol, capo dell’Agenzia internazionale dell’energia). Peggio dello choc petrolifero negli Anni 70 o della catastrofe ucraina nel 2022. «Il più duro attacco nella nostra breve storia, che pure è fatta di lunghe resistenze ai conflitti, alle crisi finanziarie e al Covid», scrivono gli opinionisti del National di Abu Dhabi. È vero: in Kuwait ci furono l’Operazione “Tempesta del Deserto” di Bush padre coi pozzi incendiati da Saddam, anno 1991, e accadde che il generale Schwarzkopf comandasse le truppe da Doha; c’è stata l’invasione dell’Iraq, nel 2003, con Bush figlio che chiedeva agli arabi del Golfo di prestare basi e porti. Ma «non ci era mai capitato di finire in prima linea come oggi»: i sette Emirati sono stati i più colpiti dall’Iran – più di duemila droni e quasi 300 missili balistici, al 97 per cento intercettati dai Patriot e dalla contraerea – e non è andata meglio al Kuwait e poi al Bahrein, all’Arabia Saudita, al Qatar e all’Oman, in media una ventina di raid al giorno.
Una guerra sospesa, trattenuta, asimmetrica: l’Iran ha bloccato Hormuz, sì, ma per settimane emiri e sceicchi si son limitati a proteggere gl’impianti e a fornire basi agli americani, senza muovere un soldato. Erano tutti più o meno contrari all’“Epica Furia” di Trump, un mese fa, e a un conflitto che non avevano chiesto, né approvato: «Questa guerra illegale è un grave errore di valutazione», diceva Badr Abulsaidi, ministro degli Esteri omanita, «qualunque sia la vostra opinione sugl’iraniani, non è comunque colpa loro». Ora, no: qualcosa è cambiato. Solo due governi, Bahrein ed Emirati, hanno aderito alla Coalizione dei Ventidue che Donald Trump ha messo insieme per liberare lo Stretto dal blocco iraniano, ma il silenzio degli altri è suonato come un assenso. «Teheran ci ha colpito perché pensava che la nostra pressione, di noi firmatari degli Accordi di Abramo, avrebbe convinto Usa e Israele a desistere», spiega Anwar Gargash, consigliere diplomatico dello sceicco emiratino Bin Zayed: «In realtà questa folle strategia ha reso Israele meno minaccioso e l’Iran, ai nostri occhi, molto più pericoloso».
A cambiare postura, hanno certo aiutato i duemila miliardi di riserve sovrane e i 1.400 miliardi d’investimenti che Abu Dhabi e Qatar condividono con gli Usa. E il 18 marzo, due attacchi nel Golfo in poche ore: quello israeliano alle piattaforme iraniane di South Pars, il più grande giacimento di gas del mondo (che appartiene anche al Qatar); la risposta di Teheran sul gigantesco impianto qatarino di Ras Laffan, che produce un quinto del gas liquido mondiale e si calcola, dopo la distruzione, perderà estrazioni per 100 miliardi di dollari. È stato da quel terz’ultimo giorno di Ramadan che la monarchia saudita, custode della Mecca e grande nemica dell’Iran, settimo Paese al mondo per spesa militare, ha detto basta e ha convocato le grandi tuniche di Doha, di Muscat, di Manama, d’Abu Dhabi, di Kuwait City. Nei saloni dorati di Riad, una protesta: «Dove sono finite le istituzioni che dovrebbero aiutarci?», alzava il dito il consigliere Gargash, «dove sono la Lega Araba, l’Organizzazione della Cooperazione Islamica, gli altri Paesi arabi e musulmani? Noi li abbiamo sempre aiutati. E che cosa fanno loro, in un momento così difficile? Tanto vale sostenere l’attacco all’Iran fino alla fine!».
Ogni petromonarchia ha i suoi conti da regolare, con la teocrazia. L’Aramco saudita ha dovuto bloccare la metà della sua produzione di greggio. Il Bahrein, unico a fronteggiare in questi anni una rivolta sciita, s’è trovato in emergenza idrica dopo l’attacco all’impianto di desalinizzazione: se gli iraniani decidessero di colpire altri impianti, il 90 per cento del Golfo rimarrebbe senz’acqua. L’Oman è l’unico a cercare un dialogo con Teheran, per riaprire almeno in parte Hormuz. L’Adnoc emiratina e la Kpc kuwaitiana non han potuto partecipare alla più grande conferenza internazionale sull’energia, questo mese a Houston: tutti i dirigenti sono impegnati nell’emergenza delle raffinerie distrutte. L’emiro del Qatar è quello che nella guerra sta perdendo più soldi: si preparava a un nuovo boom economico sulla spinta del gas e di un’immagine rilucidata coi Mondiali di calcio, con la fine dell’appoggio a Isis e Hamas, con la forza propagandistica della tv Al Jazeera, con la mediazione nelle grandi crisi internazionali a Gaza, in Afghanistan o in Venezuela. Credeva di supplire ai deteriorati rapporti con Israele di puntare su un’amicizia privilegiata con gli Usa. Mai fidarsi di Trump: l’emiro Al Thani ha scoperto che, a guadagnare di più sulla guerra, sono gli esportatori americani di gas naturale, i suoi concorrenti.
LA METAMORFOSI
Gementi e piangenti, in questo Golfo di lacrime. Gli choc energetici ci diedero le centrali nucleari, cambiarono le nostre rotte commerciali, ci spinsero sui veicoli elettrici, ci riportarono al carbone. Il primo effetto di questa guerra è la fine del Golfo come l’abbiamo conosciuto, prevede il New York Times. Dubai e i suoi fratelli, sorti dal nulla e immersi in una geografia del nulla, sono «probabilmente troppo grandi per fallire». Ma quella “dubaification” della vita – rassicurante mondo di metropoli globali senza radici, altissime torri senza fondamenta, non luoghi fatti di mall e di strade a 12 corsie, di lussuosa alienazione e di capitali al sicuro da guerre e pestilenze –, è forse destinata a cambiare. Sembra svanita la sensazione che «nulla potrebbe andare storto, quando hai un Nobu e una boutique di Louis Vuitton nelle vicinanze». Il risveglio è traumatico. Quando cascano i frammenti dei droni, a morire sono i tassisti bangla, i rider africani, i domestici nepalesi che vagano per le strade semivuote. Ma la strategia dei pasdaran – rovinare il brand della sicurezza dubaiana – ha messo nel mirino Google, Microsoft, Palantir, Ibm, Nvidia, Oracle, tutto ciò che nel Golfo sappia d’America. E così finanziarie, hedge fund, studi legali, grandi banche chiedono agl’impiegati di stare lontani dai grattacieli e di lavorare da casa, meglio ancora dall’estero.
I SIMBOLI
La ruota panoramica più grande del mondo, «obbiettivo simbolico e sensibile», è ferma dal 28 febbraio. Dal primo marzo, per limitare eventuali «danni collaterali dovuti all’emergenza», nei condominii si controlla che tutti i materiali di rivestimento siano ignifughi. Anche Al Wedad, la grande associazione saudita che raccoglie l’elemosina – uno dei cinque obblighi d’ogni buon musulmano –, quest’anno consiglia di non andare alla moschea: per il versamento della zakat, è più sicuro usare l’app. Sulla spiaggia di Jumeirah, i gin tonic e le jellab restano nei frigoriferi, le McLaren s’impolverano nei garage sotterranei di Dubai Marina, i camerieri dei ristoranti finiscono in aspettativa o licenziati.
Si fermano i tornei di tennis Atp a Dubai, il calcio dei Cristiano Ronaldo in Arabia, il golf internazionale del Qatar, la Formula Uno e il MotoGp del Bahrein. Crolla il mercato immobiliare: in marzo, le transazioni sono scese del 49 per cento e i prezzi al metro quadro, in posti dove un bilocale costava 4 milioni di dollari, calano del 15 per cento. Nove residenti su dieci sono stranieri e chi può, se ne va. Possono in tanti: solo a Dubai ci sono venti persone con reddito personale sopra il miliardo di dollari, duecento che possiedono più di cento milioni, 81mila che ne hanno almeno dieci. Se poi il più trafficato aeroporto del mondo chiude qualche ora, causa esplosioni, nessun problema: ecco i jet privati da 15mila dollari a posto, assicurati con franchigie speciali da 50mila dollari a volo. Qualcuno ancora arriva, come no: gli ultimi atterrano dall’Ucraina e sono i militari mandati da Zelensky, esperti nella difesa. Insegnano una nuova parola, dronification, e non è in persiano.