Corriere della Sera, 3 aprile 2026
Gianni Morandi parla della sua carriera e del nuovo tour
E se Morandi fosse diventato un cantautore militante come Guccini? Non è Fanta-canzone... «Io e Francesco siamo amici. Una volta gli dissi: “Maestrone, abbiamo qualcosa in comune”. Nel 1966 io feci “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” più o meno quando lui scriveva “Dio è morto” e “Auschwitz”. E lui: “Ma dai, la tua era una storiellina”». Gianni Morandi, immerso in un accenno di primavera nel verde della sua casa sui colli bolognesi, celebra i 60 anni del suo inno pacifista ra-ta-ta-ta con un tour nei palazzetti che parte il 15 aprile da Conegliano.
Dopo quel successo la carriera di Morandi riprese la direzione del sentimento. «Per diventare come Guccini devi anche essere un autore. E io ho scritto solo 40 delle 600 canzoni del mio repertorio…». Quando uscì venne censurata. «Al Festival delle Rose la Rai mi interdì dal cantare “adesso è morto nel Vietnam” suggerendo di cambiare il testo in “adesso è morto ra-ta-ta-ta”. Siccome eravamo in diretta cantai la versione originale. Ci fu un’interrogazione parlamentare, ma quella canzone diceva la verità. E rimane di attualità: le guerre non si spengono mai. All’inizio degli anni Ottanta andai in Russia per un tour e mi consegnarono una medaglia per la pace perché condannava l’intervento americano. E adesso sono i russi gli aggressori…». Quell’eco pacifista arrivò anche negli Stati Uniti. «Furio Colombo la fece conoscere a Joan Baez che la incise in italiano». Nello spettacolo ci sarà anche spazio per parlare di questi temi. «Sarà solo qualche riflessione perché la gente vuole ascoltare le canzoni... Mi disturba pensare che Trump e Putin vogliano decidere le nostre vite e vedere che l’Europa non riesca a diventare arbitro della situazione perché frammentata».
Il tour riporta Morandi nei palazzetti. «A 81 anni, 81 ve lo ricordo, non mi sembra vero vedere questa risposta del pubblico». Non è un tour di addio. «Guardo ad Aznavour. È morto a 94 anni e il giorno dopo avrebbe avuto un concerto. Mi piacerebbe finire così», racconta nel salotto di casa dove ci sono opere d’arte dal taglio etnico, una sua foto di spalle davanti al pubblico accostata a una (lo scatto è di Luigi Ghirri) di Berlinguer nella stessa posa a un comizio, a un poster di una rivista del 1961 che potrebbe essere il ritratto del figlio Tredici Pietro con cui ha duettato a Sanremo. «Mi ha detto che pensa di venire alla data di Milano, sarebbe bello fare “Vita” e il suo brano insieme. Però Pietro è un po’ strano, speriamo non cambi idea». Ci saranno anche delle canzoni nuove. La prima è «Monghidoro», come il paese natale di Gianni, e cita frasi dei suoi classici, momenti biografici e c’è un piccolo errore sulla collocazione geografica del paese («Ho chiamato la sindaca per scusarmi») in un viaggio nella memoria. «A casa mia cantavano tutti, papà, mamma quando andava al lavatoio, zia Ernestina quando pascolava le mucche. E anche io… Avevo 13 anni quando presi la corriera per andare a fare un provino a Bologna con la maestra Scaglioni. Quell’estate andai Riccione a fare la stagione al Caffè concerto: mi pagavano vitto e alloggio e papà mi diede 500 lire di cui voleva il rendiconto preciso. Una fetta di cocomero costava 25 lire, il flipper 50. Per fortuna c’erano le mance dei turisti tedeschi».
L’ha scritta Jovanotti («La nostra amicizia è nata dopo il mio incidente col fuoco: è una persona generosa e arriva con delle canzoni nel momento del bisogno») che irrompe in videochiamata. «Ho pensato a questo brano come ouverture del suo spettacolo, una cosa alla Blues Brothers. Parlo di lui ma anche di me e del nostro mestiere, della convinzione di un ragazzo di provincia che vuole fare il cantante». Morandi nel testo diventa il «pazzo di Monghidoro»: «Durante il nostro tour in coppia litigai con Lucio Dalla perché interrompeva l’applauso su “Uno su mille” attaccando troppo presto “Caruso”. Gli gridai addosso: “Non ti permettere mai più”. E lui da allora mi soprannominò lo psycho di Monghidoro». Un altro brano nuovo è firmato da Giovanni Caccamo: «Parla della funzione delle canzoni nella via. Ogni tanto qualcuno viene da me e dice che si è sposato con “In ginocchio da te”. E anche io ci penso. Nel 1962 al mare presi una cotta per una ragazzina: la vedevo arrivare e mettevo al juke box “Io che amo solo te”. Mi commuove ripensarci».