Corriere della Sera, 3 aprile 2026
Intervista a Gaetano Savatteri
Papà Calogero detto Lillo, maestro elementare, le diceva: «Tu passi per intellettuale, però sei un minchione».
Ride. «Spesso, quando avevamo qualche discussione».
E la ammoniva: «Puoi essere anche un grande scrittore, oppure un avvocatone, ma se non sai preparare un uovo, che parli a fare?».
Gaetano Savatteri, 61 anni, giornalista di carta e tv, ora scrittore a tempo pieno, assapora un sorso di vino bianco e la nostalgia. Dai suoi racconti e romanzi è stata liberamente tratta la fiction Màkari (Rai1, già quattro stagioni, si gira la quinta) con Claudio Gioè nei panni di Saverio Lamanna, giornalista precario e investigatore. «Quello di mio padre era un invito a restare coi piedi per terra».
L’uovo alla fine lo sa cucinare?
«Sì. Col sugo, à la coque, in omelette, a frittata».
A 12 anni lasciaste Milano per Racalmuto, Agrigento.
«Vivevamo a Pioltello, nell’hinterland, che nebbia, che freddo. Prima di allora in Sicilia tornavamo soltanto a Natale, col treno. Ci mettevamo 24 ore. D’estate invece partivamo con la Giulia 1300, si scendeva a tappe».
Trasloco a novembre.
«C’era la festa della Madonna delle Grazie, all’imbrunire, vidi poche bancarelle con due lampadine appese e quattro ambulanti intirizziti, mi misi a piangere».
Poi scoprì la sua bellezza.
«Era un mondo distante, una vita antichissima, con i cavalli e i muli per strada, la gente che zappava nei campi. Mamma dava del “vossia” a mia nonna. Mi stupiva che in paese tutti sapessero tutto di me. “Sei il nipote di don Gaetanino?”».
Un’ anima divisa in due.
«Ho dovuto cambiare prospettiva. Ero convinto di essere un bimbo milanese, invece scoprii che ero un siciliano trasportato al Nord. Ma questo mi consentì di guardare la Sicilia con quel certo distacco che ti fa vedere cose che altrimenti non vedresti. Rifiutando il concetto rigido di identità. Che significa poi essere siciliano? Tutto e niente. Lo era Falcone ma pure Messina Denaro, quindi?».
Da piccolo che voleva fare?
«Il giornalista. Papà mi disse: “Vedrai che poi con l’età ti passa”».
Non le passò.
«Era considerato un lavoro un po’ così. Sempre papà: “È un mestiere da picciotti, quando invecchi mica puoi continuare a farlo”. Gli citavo Biagi e Montanelli. “Sì, ma tu mica sei Biagi o Montanelli”».
Ci provò comunque.
«A 16 anni, con il mio amico Giancarlo Macaluso, fondammo un periodico intermittente. Lo chiamammo Malgrado tutto. Per il primo numero, a luglio 1980, pubblicammo un articolo di Leonardo Sciascia».
Ah però.
«Ci raccomandò un conoscente. D’estate Nanà, così lo chiamavano in paese, tornava spesso alla sua Racalmuto. Frequentava lo stesso bar, faceva le stesse passeggiate di noi altri. Ed era stato maestro elementare pure lui. Ci ricevette. Gli proponemmo un tema: “Pessimismo e rassegnazione dell’uomo del sud”».
E lui?
«Si accese una sigaretta e cominciò a testiare, a dondolare il capo, non era convinto. Tornammo a casa demoralizzati. Invece dopo pochi giorni ci arrivarono tre fogli scritti sulla carta intestata della Camera. Cominciava così: “L’uomo del sud, e cioè un tipo umano riconoscibile, catalogabile e giudicabile in quanto uomo del sud, non esiste”».
Dopo anni nella carta stampata approdò in tv.
«Nel 1997. Mi chiamò Lamberto Sposini. Il direttore Enrico Mentana mi accolse così: «Hai vinto un viaggio premio al Tg5”. Mi occupavo di nera e giudiziaria. Ci sono rimasto fino al 2024».
Una giornata campale.
«Quando arrestarono Provenzano io e Salvo Sottile andammo in onda così come stavamo».
Una disavventura.
«Dovevo andare in diretta, mi andò via la voce, mi presentai quasi afono. Mimun si arrabbiò, ma che ci potevo fare? Spesso, in mezzo agli scontri di piazza, dovevo guardare le spalle al collega con la telecamera, il primo che prendeva le mazzate».
Da giornalista a scrittore.
«C’è un diffuso pregiudizio negativo sugli scrittori che vengono dal giornalismo, a parte García Márquez e Hemingway. Avevo già pubblicato dei libri, mi restava il desiderio di cimentarmi con un romanzo. Ma per uno che scrive in e di Sicilia è dura: Verga, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Consolo, Brancati, Sciascia sono lì che ti guardano: “Abbiamo già scritto tutto e meglio di te”».
Menomale che c’era Andrea Camilleri.
«Per la nostra generazione è stato un po’ uno “zione” come il Gattopardo secondo Tancredi, un nostro complice. Ci ha aperto la porta. Fatto capire che potevamo diventare dei buoni artigiani anche senza essere grandi intellettuali. Ci ha dimostrato che si poteva scrivere un giallo ambientato in Sicilia pieno di sole, di mare, di cannoli e di morti ammazzati. Non per forza di mafia, che anche nei suoi romanzi resta un rumore di fondo».
Eravate amici.
«Un’estate Elvira Sellerio mi chiese di presentare un suo libro a Roma, a Campo de’ Fiori. Dopo ce ne andammo in trattoria. Nacque una simpatia. Del resto tra Porto Empedocle e Racalmuto ci sono venti minuti d’auto, io e lui guardavamo lo stesso mare. Gli chiesi: «Non è incredibile che in questo lembo di terra senza una libreria, senza un giornale, senza niente, a pochi chilometri siate nati tu, Sciascia e Pirandello?”. Rispose: “Perché scrivere non costa niente”».
E come si confeziona un giallo ambientato in Sicilia senza sembrare uno che scopiazza Camilleri?
«Evitando di usare termini come “cabasisi”. Cerchi di distanziarti. Il mio Lamanna lo dice proprio: “Mica c’è Montalbano qui”. Infatti lui è un siciliano che non vuole sembrarlo. Uno che non mangia i cannoli. Preferisce le cassatelle trapanesi. Ha un approccio polemico alla sicilianità, ha da ridire pure sul sole di Sicilia».
In che senso?
«Nella fiction è sempre estate, non piove mai, ma mica è vero. A Palermo ogni tanto si arriva a 8 gradi, a Enna a volte c’è la nebbia».
Màkari esiste davvero.
«Sì, ma è scritto con la c, la kappa greca ce l’ho messa io. È una frazione di San Vito Lo Capo, piccola, avrà seicento abitanti».
Lì sarà una celebrità.
«Sono cittadino onorario di San Vito Lo Capo dal ‘23. Non potevo ambientare le storie a Racalmuto, c’era già Sciascia, con la sua Regalpetra. In Sicilia come ti giri vai a sbattere contro uno scrittore. Per gioco ho inventato un immaginario ufficio per l’occupazione di suolo letterario a cui mi sarei rivolto per trovare una località libera di cui raccontare. Macari era libera, non era stata citata nemmeno su un volantino della Todis».
Ci va a dare un’occhiata sul set di «Màkari»?
«Ci faccio un salto, chiacchiero con gli attori. Ma non collaboro nemmeno alla sceneggiatura, sono proprio due linguaggi diversi».
Gli scrittori hanno sempre un certo fascino con le donne o no?
«Mah, non credo. Però le donne sono grandi lettrici. Immagino preferiscano autori più bravi o più belli o più giovani».
Tra voi autori c’è più cameratismo o invidia?
«Non sono un invidioso. Ma certo, è come dire: non sono pazzo. Se qualcuno vende più di me e mi piace sono contento per lui. Tutti noi scriviamo libri più belli e altri meno».
Non soffre la concorrenza.
«Non compulso le classifiche letterarie. I dati auditel invece li guardo già alle dieci del mattino, lo ammetto. Però siccome in tv ci ho lavorato e il picco di ascolto era un’ossessione, cerco di non caderci».
Chi sono i suoi colleghi-amici?
«Gianrico Carofiglio, Maurizio De Giovanni, Stefania Auci. Le bastano?».
Come ogni scrittore, ha un suo rituale, un orario o un luogo in cui si sente più creativo?
«Da vecchio giornalista le rispondo che si scrive dove capita. Preferisco l’ora postmeridiana, metto su della musica, non quella classica. Non potrei mai lavorare su un’isola deserta, nel silenzio. Mi servirebbero i tranquillanti per l’ansia. Sto bene nel caos romano. Voglio sentire il suono delle sirene, dell’autocompattatore dell’Ama, le voci e i cori dei tifosi che tornano dallo stadio».