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 2026  aprile 03 Venerdì calendario

Intervista a Federica Pesenti

Sa pattinare?
«Come chi va in montagna e si mette i pattini solo se il tempo è brutto. Vado avanti, non vado indietro, difficilmente ruoto su me stessa».
Federica Pesenti, 58 anni, ha senso pratico e (auto)ironia. Merito, anzitutto, di sei figli, che hanno fatto di lei subito una «madre giovane» (il primogenito Giampiero è nato nel 1990) e poi una «madre senior» (l’ultimogenita Margherita è nata nel 2006). Ma anche di una certa attitudine a non prendersi troppo sul serio, tipica di chi non dà per scontato il suo agio, anzi ne fa il puntello per restituire qualcosa agli altri. Suo marito è Carlo Pesenti, quinta generazione di una delle più importanti dinastie industriali del Nord Italia. Lei è presidente dell’IceLab di Bergamo, centro di eccellenza certificato Isu per il pattinaggio di figura, dove si sono allenati tre quarti degli atleti italiani in gara alle recenti Olimpiadi invernali, oltre ai campionissimi internazionali come Ilia Malinin e Alysa Liu.
Ha sempre definito l’IceLab un laboratorio e non un’accademia. Perché?
«Perché da noi non esistono allenamenti standard: sono tagliati su misura».
IceLab-oratorio. Come in parrocchia.
«In effetti la cosa di cui vado più fiera, più delle medaglie e dei risultati, è di aver creato una famiglia. Tutti i nostri atleti professionisti hanno il mio cellulare. Non sono capace di creare relazioni che non siano fortissime».
Leggenda narra che la struttura sia nata grazie a sua figlia Margherita. È vero?
«Lei aveva cominciato a pattinare da bambina, ma ha smesso durante il Covid: aveva capito di non poter andare oltre un livello medio. Ora studia Economia a New York. Quando hanno chiesto aiuto a mio marito per costruire l’IceLab, sapevano che avevamo una certa vicinanza al pattinaggio. Carlo disse subito di voler creare un centro di eccellenza, come poi è stato».
Il progetto nasce nel 2015, la pista nel 2016. Chi l’aiutò?
«Raggiunsi a Sesto San Giovanni Franca Bianconi, l’allenatrice che commenta le gare per la Rai. Mi trattò malissimo: “Sa quanti vorrebbero aprire una nuova pista?”, mi schernì. Dopo un po’ le mandai un messaggio: abbiamo avuto i permessi, iniziamo a costruire. Io posso occuparmi del contenitore, ma ho bisogno di qualcuno che mi aiuti nei contenuti. Lei ha molto da dire, io ho molto da ascoltare. Se vuole, ci vediamo. Durante l’incontro, scrivemmo già il progetto».
Quanti sono i tesserati?
«Più o meno 700».
Pensate di allargarvi?
«Lo spazio c’è. Bisogna rispettare tempi e procedure».
La sua atleta di punta è Arianna Fontana, l’italiana più medagliata. Però non fa pattinaggio di figura. Come mai la seguite voi?
«Ci fu un grosso screzio tra lei e la Federazione, e poi con alcuni compagni, che accusò di averla fatta cadere di proposito in allenamento. Malagò mi chiese di tesserarla».
Ha aiutato Niccolò Macii.
«Sia lui sia Sara Conti non avrebbero potuto permettersi di pagare gli allenamenti. Ho conosciuto Niccolò che pattinava per la Sesto Ice Skate e Sara la conosco da quando mia figlia aveva 6 anni e lei era venuta a fare il tifo alla sua prima gara. IceLab si è fatta carico dei loro allenamenti, fino a quando non hanno avuto i contributi della Federazione, che all’inizio sono pochi».
Da voi, per le Olimpiadi invernali, si sono allenati i campioni internazionali. Li ha visti durante le prove?
«Sì, ed è stato bellissimo. In quei momenti si tocca con mano che il nostro è un centro di eccellenza, senza nulla togliere agli atleti italiani».
Che effetto le ha fatto il tonfo di Ilia Malinin?
«È stato sconvolgente: in allenamento lui è uno che entra, fa i doppi dei bambini di 9 anni e poi infila i quadrupli di seguito. L’unico che può batterlo è sé stesso. Non a caso ai Mondiali si è rifatto».
Tremenda l’espressione del padre dopo l’esibizione.
«Infatti non permettiamo ai genitori di assistere agli allenamenti, i figli ne cercherebbero l’approvazione. Nel caso di Malinin, temo ci sia stata anche una fortissima pressione dagli sponsor».
I prezzi per le gare dovevano essere così alti?
«Tutta l’organizzazione era in mano al Cio, più che al Coni. Se i prezzi li decidono gli standard internazionali, sono proibitivi».
C’è già stato un effetto Olimpiadi nelle iscrizioni?
«Sì: abbiamo avuto 70 richieste di prove da adulti e 60 da ragazzini».
La medaglia più bella?
«Il bronzo nel Team Event di pattinaggio di figura. A fare la differenza è stato Matteo Rizzo, che si allena con noi da quando era un ragazzino. Sugli spalti io e mio marito saltavamo come bambini. Ma se si potesse dare una medaglia a chi ha davvero rappresentato lo spirito olimpico, andrebbe al presidente Mattarella».
Le è mai pesato il cognome di suo marito?
«No, anche perché io e Carlo ci siamo conosciuti giovanissimi e siamo cresciuti insieme: io avevo 16 anni, lui 20; un anno dopo eravamo fidanzati. Certo, con il mio cognome, Manzoni, avrei aperto meno porte. Ma ho sempre giocato a carte scoperte».

Avete avuto sei figli. Tanti!
«No, troppi!».
Beh, mica sono arrivati con la cicogna...
«No, tutti voluti. Margherita è arrivata dopo cinque anni perché tanto ci ho impiegato a convincere mio marito: e per fortuna era femmina!».
Momenti difficili?
«Sicuramente ci sono stati: fino al quinto non avevo voluto nessuna tata, ma anche dopo i miei figli li ho sempre messi a letto io, o mia mamma. Però, pure se si ammalavano in tre di varicella, non ricordo momenti impossibili».

Per i vostri figli è stato pesante il cognome Pesenti?
«Per loro di più, hanno sentito la responsabilità. Una volta a scuola furono mostrate le foto di alcune cave nella Bergamasca: dissero che Italcementi aveva deturpato la natura. Nostro figlio ci chiese spiegazioni e il padre gli mostrò che nessuna di quelle cave era dei Pesenti. Poi Carlo prese appuntamento con l’insegnante e gli portò il bilancio di sostenibilità».
Ha quattro nipoti. Che nonna è?
«Bravissima! Sono diventata nonna della prima, la mia adorata Ginevra, a 52 anni, alla vigilia del lockdown. Illuminò un periodo difficile: avevo appena perso mia madre».
Come è mancata?
«È stata investita mentre era sul marciapiede».
Posso chiederle cosa prova per chi l’ha investita?
«Era un ragazzo: lo avevo trovato all’ospedale con il padre. Non aveva bevuto, non si era drogato: una vespa gli era andata sul braccio e lui, nel gesto di scacciarla, aveva perso il controllo dell’auto. Aveva la stessa età dei miei figli, poteva essere uno di loro. Non sono riuscita a odiarlo. Poi mi sono fatta aiutare: mio marito è stato determinante».
Di lei al Corriere disse: «È il motore della mia vita».
«Tra me e Carlo è stato proprio un incontro fortunato, ce ne sono uno ogni non so quante vite. È stata la fortuna dei miei figli e per certi versi anche la sfortuna».


Perché?
«Hanno avuto un esempio difficilmente replicabile. Margherita me lo dice sempre: “Ma secondo te quando troverò uno che mi voglia quel bene che il papà vuole a te?”».