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 2026  aprile 03 Venerdì calendario

Trump licenzia la fedelissima Pam Bondi

All’ora di pranzo, ieri, Trump ha concluso la lunga e dolorosa via crucis politica della fida Pam Bondi, che l’aveva sempre protetto da tutto tranne che dalla propria incompetenza. «Pam Bondi è una grande patriota americana e un’amica leale, che ha servito con fedeltà come mia ministra della Giustizia. Pam ha fatto un ottimo lavoro supervisionando una massiccia repressione della criminalità in tutto il nostro Paese (…) Le vogliamo molto bene, e lei passerà a svolgere un nuovo, importante lavoro nel settore privato. Il viceministro della Giustizia, una mente legale di grande talento e rispettata, Todd Blanche, subentrerà per ricoprire il ruolo ad interim», ha scritto sul suo social Truth. Poco dopo, la stessa Bondi su X ha confermato che continuerà «a lottare per il presidente Trump» e che gli rimarrà «eternamente fedele».
Il conto alla rovescia era cominciato subito, quando a febbraio dello scorso anno, appena nominata, si era suicidata politicamente dicendo che «gli Epstein files sono sulla scrivania». Dando così il via allo stillicidio che ha funestato il primo anno del Trump II, stillicidio finito undici mesi dopo con la caotica pubblicazione di milioni di pagine.
Già ieri mattina Bondi era parsa spacciata, con il New York Times che annunciava in prima pagina l’intenzione trumpiana di rimuoverla dall’incarico, e senza aspettare l’ufficialità era intervenuta a gamba tesa la deputata repubblicana Nancy Mace twittando che «ha gestito gli Epstein files in modo terribile e ha seriamente danneggiato il presidente Trump». I democratici danzano felici, twittando la loro gioia, e promettono di chiamarla comunque a testimoniare sotto giuramento il 14 aprile come previsto, ma a questo punto non è certo che possano farlo.
Nel frattempo, Epstein files a parte, è realistico pensare che Trump le abbia presentato il conto delle uniche vere sconfitte subite finora in politica interna: il verdetto negativo della Corte Suprema sui dazi, che ha demolito una delle colonne portanti del trumpismo. Il presidente della Corte, John Roberts, ha votato con due repubblicani nominati (a vita) da Trump, Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett, unendosi ai tre giudici democratici nel dare torto a Trump attraverso il suo ministero della Giustizia, cioè attraverso Bondi.
E non pare una coincidenza il licenziamento annunciato proprio ieri: il giorno prima Trump era andato di persona alla Corte Suprema per presenziare al dibattito su un altro pilastro della sua piattaforma politica, la cancellazione dello ius soli per i figli degli immigrati illegali e dei detentori di visti temporanei. La decisione verrà annunciata tra qualche mese, ma il voto preliminare è avvenuto mercoledì, dopo il dibattimento, ed è probabile che un giudice «amico» abbia fatto filtrare a Trump il risultato, che sarebbe un’altra sconfitta, probabilmente 6-3.
Che un ministro della Giustizia possa influenzare le decisioni della Corte è improbabile, ma sicuramente Bondi avrebbe dovuto organizzare meglio le argomentazioni del governo. Trump odia perdere, e perdere davanti a nove giudici, sei dei quali sono repubblicani e tre dei quali sono stati scelti da lui, deve essere particolarmente umiliante.
È, quello del ministro della Giustizia, un lavoro ingrato: durante il primo mandato, Trump cacciò tra gli insulti la sua prima scelta, lo stimato senatore conservatore Jeff Sessions, e la seconda scelta Bill Barr, vecchio arnese della politica repubblicana in carica quando Jeffrey Epstein morì in carcere (suicidio è la versione ufficiale). Non che Joe Biden abbia avuto un rapporto semplice con il suo ministro della Giustizia, Merrick Garland, che indagò su suo figlio Hunter (facendolo condannare e costringendo Biden a graziarlo in modo umiliante per tutti) ma a molti democratici apparve di lentezza estrema nell’indagare su Trump per il tentato golpe del 6 gennaio 2021 e per infrazioni alla sicurezza nazionale (i file top secret nelle toilette di Mar-a-Lago).