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 2026  aprile 03 Venerdì calendario

Riarrestata Nasrin Sotoudeh

Poco prima, aveva ancora amici a casa. «Immagino siano usciti loro, e subito dopo sia arrivata la polizia», ci racconta da Amsterdam Mehraveh Khandan, figlia dell’avvocata e attivista Nasrin Sotoudeh, «la Mandela di Teheran», arrestata mercoledì sera. Nasrin vive a Saadat Abad, un quartiere a nord della capitale a due passi dalla prigione di Evin, dove da due anni è rinchiuso il marito Reza. Lui è stato condannato per aver stampato volantini con la scritta «Siamo contro l’hijab obbligatorio». Basta questo per capire che famiglia è quella dei Sotoudeh-Khandan: «I miei genitori hanno dedicato la vita per un Iran libero», dice Mehraveh, che non abbraccia la madre da un anno e mezzo. L’ultima volta che abbiamo sentito Nasrin su WhatsApp, ci ha scritto che «le bombe hanno un rumore assordante». Di lei resta impresso il coraggio feroce e la voce soave. Conosce il carcere – ci ha passato anni, ed è uscita per motivi di salute – e sa i rischi che corre a ogni intervista, a ogni post pubblicato. Eppure non arretra mai. Nemmeno due giorni fa, quando ha parlato della guerra al giornale dell’opposizione IranWire.
«Non sappiamo ancora il motivo del suo arresto, non sappiamo nemmeno dove si trovi», spiega la figlia avvertita dalla zia che è riuscita a parlare con Nasrin al telefono. «Pensiamo però che il problema sia stata quell’intervista». La cerchiamo. L’attivista dice al giornale: «Teheran è abbandonata. Una città in cui non suonano sirene durante gli attacchi, dove non ci sono rifugi». E poi: «Un governo che usa in modo sconsiderato l’energia nucleare per generare elettricità e ha distrutto la rete elettrica del Paese a causa della sua idiozia. Un governo che per mezzo secolo ha gridato “morte a questo Paese e a quell’altro” e invece ha esposto noi alla morte».
La ragazza racconta che la madre ritiene la dittatura religiosa responsabile della guerra in corso: «Secondo lei la ragione di tutto questo disastro è la forte resistenza che gli ayatollah hanno nei confronti del mondo». In queste settimane di conflitto, quando riusciva a chiamare e aggirare il blocco di internet, Nasrin provava a tranquillizzare Mehraveh e il fratello – anche lui ad Amsterdam. «L’ho sentita quattro giorni fa, ci ha descritto le bombe che sono cadute vicino a casa, ma lo ha fatto con voce calma, voleva farci credere che non fosse preoccupata».
Dopo le proteste di gennaio, quando il regime ha massacrato migliaia di manifestanti, Nasrin ci ha scritto che sperava in un intervento dall’esterno, per aiutare il popolo iraniano. «Lo ha sempre ripetuto: un intervento internazionale, magari delle Nazioni Unite, di certo non di Trump e Netanyahu. È convinta che non saranno loro, con le loro bombe, a liberarci», continua Mehraveh, che non è ottimista sul futuro prossimo degli iraniani e delle iraniane. Secondo la ragazza, la vera forza del suo Paese sta nel coraggio della gente comune, degli attivisti, degli artisti che anche sotto le bombe sono vittime della repressione del regime, come sua madre. Fa un altro nome: «Jafar Panahi». Il regista è appena tornato a Teheran dopo gli Oscar, dove era candidato per il suo splendido Un semplice incidente. Poteva restare all’estero, salvarsi dalla condanna che lo aspetta, e invece ha mantenuto la parola ed è rientrato a casa, in una casa che brucia. «Mia madre e Panahi sono grandi amici», prosegue Mehraveh. Nasrin ha recitato per lui in Taxi Teheran, «e da allora sono legatissimi». Insieme portano avanti campagne per i diritti umani «e sognano la libertà».