Corriere della Sera, 3 aprile 2026
I Balcani offrono aiuto a Donald
Una notte di febbraio, quando l’attacco all’Iran non era ancora cominciato, all’aeroporto di Sofia atterrarono dagli Usa sette aerei cisterna militari per rifornimento in volo, tre cargo C-17 e C-130, diversi Boeing 747 per il trasporto truppe. «Una normale esercitazione pianificata da tempo», fu la spiegazione del governo. E nessuno la trovò strana: da più di 20 anni, la Bulgaria è nella Nato e ospita una guarnigione americana sul Mar Nero. Ora però l’Iran ha minacciato i bulgari di rappresaglie. E la ministra degli Esteri Nadejda Neinski ha dovuto ammettere un’altra verità: c’è un accordo segreto con Washington e da un mese, per bombardare Teheran, si decolla anche dall’aeroporto civile Vassil Levski.
Se la Nato è una tigre di carta che disgusta Donald Trump, ci sono tigrotti che lo compiacciono. Per esempio i sette Paesi dell’Est – i Baltici, la Cechia, l’Albania, il Kosovo e la Nord Macedonia – che dissentono dagli altri 25 dell’Alleanza e sostengono con convinzione la guerra all’Iran. O quelli che lo fanno senza dirlo, come la Bulgaria. O che lo farebbero, ma non possono: la Polonia non trasferirà i Patriot in Medio Oriente, si giustifica il ministro della Difesa, Wladyslaw Kosiniak-Kamysz, ma solo perché «la priorità è proteggere il fianco orientale della Nato».
L’essere amici dell’Ucraina e nemici di Putin non è un ostacolo, nell’alleanza anti-Iran, e undici giorni dopo le prime bombe anche la Romania s’è schierata con determinazione: 272 voti favorevoli su 295, il Parlamento ha concesso al Pentagono l’utilizzo della base aerea a Costanza (duemila soldati americani che diventeranno 10mila: un contingente Nato che supera perfino quello di Ramstein, in Germania) e della Base 71 in Transilvania, oltre che un collegamento al sistema di difesa antimissile a Olt. Non c’è da stupirsi: Bucarest, a Est, da sempre è con Washington senza se e senza ma. Sapendo bene che nella Nato trumpiana il vuoto non esiste: o con me o contro di me. Quando gli storici alleati francesi o tedeschi si tirano indietro, ecco farsi sotto gli ultimi arrivati dell’Europa, tutti alla ricerca d’un rapporto privilegiato. «È giunta l’ora della libertà per il popolo iraniano, e questo grazie alla leadership di Trump: il Kosovo lo sostiene», promette la presidente Vjosa Osmani, che dà casa a una delle più grandi basi americane del mondo e ha appena approvato «l’importante e storica scelta» d’inviare truppe kosovare a Gaza, partecipando al Board of Peace per la ricostruzione della Striscia. Si capisce: come i Paesi vicini, dalla Serbia all’Ungheria, il Kosovo sta pensando alle misure d’austerity energetica e l’agricoltura del Paese più povero d’Europa soffre sia per il caro-benzina, sia per i prezzi stellari dei fertilizzanti. Ma il sostegno all’impresa bellica americana è la bandiera anche di governi in minor emergenza: «Siamo al fianco dei nostri alleati americani, la deterrenza è essenziale» (Timco Mucunski, ministro degli Esteri macedone); «gli Usa hanno agito correttamente» (Gitanas Nauseda, presidenza lituana); «operazione militare comprensibile» (Edgars Rinkevics, presidente lettone); «siamo coi nostri alleati» (Andrej Babis, premier ceco). L’Albania va oltre: ha adottato la risoluzione Usa-Israele che dichiara l’Iran «sponsor del terrorismo». Tirana dà asilo ai Mujaheddin del Popolo, oppositori degli ayatollah, e ha espulso l’ambasciatore iraniano. Il tigrotto di carta è pronto a ruggire: l’anno prossimo, per la prima volta, il vertice Nato si terrà qui.