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 2026  aprile 03 Venerdì calendario

Trump all’Iran: «Fate un accordo o non vi rimarrà nulla»

Il fumo grigio, la nube di cenere, il viadotto in lontananza che crolla come se fosse fatto di Lego. Le immagini sfuocate, traballanti, del video e Trump che commenta, a mo’ di didascalia, con la solita orgia di maiuscole: «Il più grande ponte in Iran crolla, e non verrà mai più utilizzato – Seguirà molto altro! È TEMPO CHE L’IRAN ARRIVI A UN ACCORDO PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI E NON RIMANGA NULLA DI QUELLO CHE POTREBBE ANCORA DIVENTARE UN GRANDE PAESE!».
La strategia trumpiana sulla guerra in Iran è ormai chiara, e il video del ponte B1 demolito a Karaj, 35 chilometri a sudovest della capitale (otto morti e novantacinque feriti secondo gli iraniani), ieri l’ha dimostrato nitidamente: aveva promesso bombardamenti a raffica, e sta mantenendo.
Esplosioni anche in un altro video girato – non dall’alto, ma da terra, poco lontano – vicino a una base missilistica di Isfahan: depositi di esplosivo che saltano in aria e un incendio che avvolge la base, le fiamme altissime, arancioni.
Mercoledì notte, in diretta dalla Casa Bianca, Trump era stato vago sui tempi, sul destino dello Stretto di Hormuz, sui prezzi del petrolio, ma chiarissimo sulla bombe: «Noi abbiamo tutte le carte, loro non hanno in mano niente... Finiremo il lavoro, e lo finiremo molto velocemente. Ci stiamo avvicinando alla fine... L’Iran non è più una minaccia… se non ci sarà un accordo, colpiremo tutti i loro impianti di produzione di elettricità, molto duramente e probabilmente allo stesso tempo. Non abbiamo colpito il loro petrolio, anche se è l’obiettivo più facile di tutti, perché non darebbe loro nemmeno una piccola possibilità di sopravvivenza o di ricostruzione. Ma potremmo colpirlo, e scomparirebbe, e non c’è niente che potrebbero fare per evitarlo… Siamo in Medio Oriente per aiutare, siamo indipendenti, non abbiamo bisogno del petrolio del Medio Oriente, siamo lì per aiutare gli alleati. Nelle prossime due o tre settimane li colpiremo con estrema durezza. Li riporteremo all’età della pietra, dove è giusto che stiano. Nel frattempo, le discussioni sono in corso. Il cambio di regime non era il nostro obiettivo. Non dispongono di equipaggiamento antiaereo. I loro radar: annientati al 100%. Come forza militare siamo inarrestabili... li teniamo sotto intensa sorveglianza e controllo satellitare. Se li vediamo fare una mossa, anche solo una mossa in quella direzione, li colpiremo di nuovo con missili in modo molto duro».
Le reazioni immediate dei mercati? Petrolio in salita del 5%, S&P 500 in lieve calo (-0,8) e l’osservazione di Trump sui mercati azionari che «non sono andati così male» è stata interpretata dagli analisti come un segno che l’amministrazione ritiene di avere più «spazio» per intensificare la campagna militare senza far crollare l’economia.
La reazione iraniana? Nuovi attacchi missilistici contro Israele e gli Stati arabi del Golfo, e le forze armate iraniane hanno sfidato Trump dichiarando che le armi sono nascoste e non saranno mai raggiunte da attacchi israeliani o americani: «I centri che pensate di aver preso di mira sono insignificanti», ha dichiarato il tenente colonnello Ebrahim Zolfaghari, portavoce del quartier generale centrale dell’esercito iraniano. E ieri il regime ha fatto intendere che manterrà il controllo di Hormuz anche dopo la fine delle ostilità.
Poco prima che Trump iniziasse il suo discorso dell’altra notte, si erano sentite esplosioni a Dubai mentre le difese aeree lavoravano per intercettare uno sbarramento missilistico iraniano. Sirene d’allarme anche in Bahrein, sede della Quinta Flotta della Marina americana, subito dopo il discorso.
Petrolio a parte, l’Iran è il decimo produttore mondiale di acciaio: i due più grandi impianti siderurgici dell’Iran sono stati chiusi per gli attacchi aerei israelo-americani. «La nostra stima iniziale è che il riavvio di queste unità richiederà almeno sei mesi, forse un anno», ha dichiarato ai media iraniani Mehran Pakbin, vice capo delle operazioni della Khuzestan Steel Company nell’Iran sud-occidentale. La Mobarakeh Steel Company ha affermato che le sue linee di produzione nel centro del Paese sono state «completamente chiuse a seguito dell’elevato volume di attacchi».
Più di millenovecento persone sono state uccise finora in Iran, diciannove in Israele; morti anche tredici militari statunitensi.