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 2026  aprile 02 Giovedì calendario

Il mais batte la canna da zucchero: sull’energia il Brasile cambia rotta

Una delle maggiori aziende brasiliane, la Raìzen, specializzata in bioenergia, è a rischio fallimento. Il suo debito è il più grande della storia del Paese, per una impresa privata: 65,1 miliardi di reais, quasi 11 miliardi di euro. Il motivo della sua crisi è molto semplice: aver scommesso sulla materia prima sbagliata. O meglio, su quella meno conveniente, perché è vero che dalla canna da zucchero oltre che l’alimento si può ricavare anche etanolo (cioè banalmente alcol etilico), che è un componente per biocombustibile, ma farlo costa ormai troppo.
In Brasile hanno preso atto che è molto meglio puntare sul mais, e quindi con buona pace degli azionisti e purtroppo dei dipendenti di Raizen, per il mondo c’è da festeggiare: in piena crisi energetica dovuta al conflitto in Medio Oriente, c’è la possibilità di produrre carburante a prezzi minori, partendo da una commodity che a differenza della canna da zucchero è lavorabile per tutto l’anno. Il mais, di cui peraltro il Brasile è il terzo produttore mondiale dietro solo a Usa e Cina con il record di esportazioni nel 2025 ad oltre 43 milioni di tonnellate, ha infatti più facilità di stoccaggio e quindi una fabbrica può operare a ciclo continuo, mentre un impianto di canna da zucchero sta fermo almeno quattro mesi l’anno e ci mette anni ad entrare a pieno regime, dipendendo dai ritmi produttivi dei canneti.
Estrarre combustibile dal mais, secondo l’esperienza brasiliana, costa dunque il 40% in meno, anche perché i sottoprodotti si vendono più facilmente, ad esempio sul mercato del pet food. La commodity è in piena fase rialzista: nell’ultimo mese il suo valore è salito di oltre il 4% anche per la guerra e il conseguente aumento dei prezzi dei fertilizzanti. Il Brasile, che già viene da un’annata da record, ha esportato di più in questo mese di marzo che non in quello dell’anno scorso, nonostante la prevedibile riduzione della domanda dall’Iran che – guarda un po’ le coincidenze – è stato nel 2025 il primo importatore globale del mais brasiliano, per il 20% del totale. Ora però questo cereale, trasformato in etanolo, può tornare utile proprio per sopperire alle conseguenze energetiche del conflitto che coinvolge l’Iran.
Certo, è un segmento ancora di nicchia, ma pronto ad esplodere: il Brasile ha iniziato la produzione di biocombustibile da mais su larga scala da meno di dieci anni e la raccolta 2025-2026 già raggiungerà i 10 miliardi di litri di etanolo, un traguardo che era ipotizzato solo nel 2030 e che fa già oggi del Paese sudamericano il secondo player mondiale del settore, dietro agli Usa. Il totale dell’etanolo prodotto in Brasile, considerando tutte le fonti, è di 37 miliardi di litri l’anno, un valore ancora basso se si pensa alla domanda globale e alle esigenze della transizione energetica.
Ma questo mercato potrebbe crescere se, come scommettono gli addetti ai lavori, le politiche pubbliche nei prossimi anni aumenteranno la percentuale di etanolo come componente della benzina, in particolare «nei Paesi del Mercosur, in Canada e in Giappone», sostiene Guilherme Nolasco, presidente della Unem, l’Unione brasiliana dei produttori di etanolo da mais. In tutto questo a piangere, insieme a Raìzen, è il mercato dello zucchero – di cui il Brasile è il primo produttore al mondo – destinato a ricevere sempre meno investimenti, i quali già adesso vengono dirottati sulle bioraffinerie da mais: sul territorio brasiliano, operative o in costruzione, ce ne sono già 56, per un totale investito stimati in circa 60 miliardi di reais, una decina di miliardi di euro.