Avvenire, 2 aprile 2026
Myanmar, un «mezzo passo» della giunta verso la presidenza
Lunedì scorso il generale Min Aung Hlain a capo del golpe del primo febbraio 2021 e coordinatore della giunta che da allora ha detenuto un potere sempre più contestato sul Myanmar, si è dimesso dall’esercito ottenendo la carica di vice-presidente. Anticipando e giustificando così l’accesso alla presidenza. L’incarico dovrebbe essergli attribuito dal parlamento privo di credibilità e non riconosciuto dalla maggior parte delle diplomazie, che è uscito dalle tornate elettorali di dicembre e gennaio attentamente guidate dai militari e da chi ne condivide gli interessi economici o di potere.
Il successore alla guida delle forze armate è il generale Ye Win Oo, che nel 2020 sotto il governo civile guidato dalla Lega nazionale per la democrazia della Premio Nobel per la Pace. Aung San Suu Kyi, era stato nominato capo dei servizi segreti. Una personalità che non dovrebbe porre problemi alla nuova leadership che, tolte le divise e indossati gli abiti civili, è emanazione del preesistente regime.
La mossa, più che indirizzata a una legittimazione interna, sembra essere rivolta alla comunità internazionale, offrendo a chi lo voglia afferrare un appiglio per una qualche forma di riconoscimento politico che non sia solo quello finalizzato alla fornitura di armamenti, supporto in sede Onu e – nelle ultime settimane – carburante per gli aerei che continuano a colpire indiscriminatamente basi dell’opposizione armata e civili. Da parte sua l’opposizione non è rimasta a guardare nella ricerca a sua volta di legittimazione e di un supporto in un momento in cui sembra avere perso in parte lo slancio che l’aveva portata a togliere al regime molta parte del Paese. Vanno anche emergendo contrasti che in alcune regioni stanno trasformandosi in conflitti interni alle diverse etnie a cui non è estraneo il ruolo cinese che mira anzitutto a stabilizzare le aree di confine sostenendo alternativamente forze favorevoli o contrarie ai militari birmani.
Forse anche nel tentativo dell’opposizione al regime di rinsaldare i ranghi e di presentare all’esterno una maggiore coesione, lunedì scorso è stata diffusa la notizia della nascita del Consiglio direttivo rivoluzionario. Quella che è la maggiore aggregazione finora delle forze della resistenza include il Governo di unità nazionale (clandestino) in cui un ruolo primario hanno esponenti della Lega nazionale per la democrazia. Quest’ultimo è il partito della Premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, che a sua volta coordina propri reparti armati e una parte delle Forze di autodifesa a livello locale. Del Consiglio fanno anche parte il Comitato che rappresenta il precedente Parlamento eletto alla fine del 2020 e mai entrato in funzione per il colpo di stato, l’Unione nazionale Karen, l’Organizzazione per l’indipendenza Kachin, il Partito progressista nazionale Karenni e il Fronte nazionale Chin. Obiettivi dichiarati del Consiglio sono la fine dell’ingerenza dei militari nella politica, l’elezione di un governo civile attraverso un vero processo democratico, l’abrogazione della Costituzione del 2008 (ispirata dai militari allora al potere), la sua sostituzione con una nuova carta costituzionale che con un ampio consenso accolga federalismo e valori democratici, l’istituzione di un sistema di giustizia transnazionale che possa garantire giustizia ai sopravvissuti e che provi le responsabilità dei militari. La formazione del Consiglio è stato definito «uno sviluppo incredibilmente tempestivo e significativo» da Yanghee Lee, accademica sudcoreana ed esponente del think tank indipendente Special Advisory Council for Myanmar, che ha sottolineato come «gli sforzi concreti per costruire un futuro basato sull’uguaglianza etnica, sul diritto all’autodeterminazione, sulla supremazia civile, sulla giustizia e sulla responsabilità sono essenziali e stanno accelerando».