ilfattoquotidiano.it, 1 aprile 2026
L’Italia è ancora senza un nuovo piano pandemico
Se in questo momento arrivasse una nuova pandemia, l’Italia si farebbe trovare ancora una volta impreparata. Sì, perché nonostante i proclami, a oltre sei anni dall’inizio della crisi Covid, non è ancora stato approvato il nuovo piano pandemico. Il documento che dovrebbe definire la strategia nazionale di preparazione e risposta alle future emergenze sanitarie – il “Piano strategico operativo di preparazione e risposta ad una pandemia da patogeni a trasmissione respiratoria a maggiore potenziale pandemico 2025-2029” – attende il via libera dalla Conferenza Stato-Regioni, ultimo passaggio prima dell’approvazione definitiva. Il fatto che il Piano avrebbe dovuto avere validità quinquennale, a partire dal 2025, evidenzia la principale criticità: il ritardo del governo. Manca poco più di un anno alla fine della legislatura – ammesso e non concesso che il terremoto causato dalla vittoria del No al referendum non comporti ulteriori scossoni per l’esecutivo. In uno scenario come questo, anche ipotizzando un via libera rapido, il tempo per trasformare un documento teorico in misure operative potrebbe essere troppo limitato. Col rischio che il nostro Paese resti ancora scoperto davanti a un’emergenza sanitaria.
Se l’obiettivo nel breve termine è colmare un vuoto normativo, che comporta incertezze nella pianificazione e nell’attuazione delle misure in modo uniforme sul territorio nazionale, resta il dubbio su quanto ci vorrà davvero per far sì che il Piano diventi pienamente operativo. Anche dopo l’approvazione del provvedimento, infatti, il Piano non potrà essere pienamente attuato fin da subito. La messa a terra di misure come queste, che chiamano in causa diversi soggetti ad agire in modo coordinato, richiederà altro tempo. Tanto che il provvedimento sul tavolo della Conferenza Stato-Regioni (il cui testo è stato diffuso da Quotidiano Sanità) rimanda alcuni passaggi fondamentali, che saranno definiti solo in un secondo momento, attraverso alcuni documenti attuativi del ministero della Salute. Tra questi, quello sulla rimodulazione delle attività sanitarie in caso di emergenza, che dovrà stabilire criteri e priorità nell’erogazione delle prestazioni durante la crisi. Questo documento, si legge nel testo della misura, dovrà essere predisposto entro un anno dall’approvazione del Piano. Posticipando ancora la piena implementazione del provvedimento.
Un altro nodo riguarda il meccanismo con cui verranno erogati i fondi, stanziati già nella legge di Bilancio dello scorso anno: 50 milioni per il 2025, 150 milioni per il 2026 e 300 milioni annui dal 2027, fino alla scadenza del Piano. Le risorse non saranno distribuite automaticamente alle amministrazioni regionali. Entro 90 giorni dalla stipula dell’accordo, le Regioni dovranno approvare una delibera di recepimento del piano nazionale e trasmettere al ministero della Salute un cronoprogramma dettagliato delle azioni da realizzare, secondo un format definito negli allegati dell’accordo. I documenti saranno poi valutati da un Comitato di coordinamento (composto da rappresentanti del ministero stesso, delle Regioni, dell’Istituto superiore di sanità e di Agenas), che esprimerà un parere tecnico sulla coerenza dei programmi regionali con gli obiettivi del piano. Solo dopo questa verifica il ministero trasmetterà la documentazione al Mef per procedere con l’erogazione delle risorse relative alla prima tranche di finanziamenti. E così ogni anno. Il sistema prevede, infatti, che le Regioni redigano relazioni annuali sulle attività svolte e sulle spese sostenute, che saranno a loro volta valutate per sbloccare le successive rate.
In questo modo, dunque, il piano rafforza in modo significativo il controllo centrale. Un meccanismo pensato per evitare le dispersioni emerse durante il Covid, ma che potrebbe accendere tensioni politiche tra Roma e le varie Regioni. Inoltre, un sistema come questo rischia di aggravare ulteriormente le disuguaglianze territoriali. Se una Regione dovesse dimostrare di avere scarse capacità organizzative, a farne le spese potrebbero essere, come sempre, i cittadini.