il Fatto Quotidiano, 2 aprile 2026
Oscar, dopo le proteste di Bardem entra nell’Academy il gruppo ebraico
Gli ebrei sono una “comunità sottorappresentata ed emarginata” a Hollywood? Facciamo un passo indietro, torniamo agli Oscar del 2010. Il presentatore Steve Martin si rivolge a Christoph Waltz, che in Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino interpreta “un nazista ossessionato dalla ricerca degli ebrei”, e spalanca le mani indicando la platea: “Be’, Christoph… ecco la miniera d’oro!”. Si vuole la Mecca del Cinema, ma è una denominazione fuorviante: Hollywood è stata fondata dagli ebrei, major quali Warner Bros., Metro Goldwyn Mayer e 20th Century Fox si debbono all’intrapresa di emigrati con la kippah in America, e questa preminenza, a dar retta al comico Steve Martin, non dev’essersi troppo affievolita negli anni. Che ci azzecca dunque un Gruppo di Affinità del Patrimonio Ebraico volto a tutelare l’autocertificata minoranza in seno all’Academy of Motion Picture Arts and Sciences che assegna gli Oscar? Si può eccepire nel merito, non nella prassi: l’Ampas annovera da tempo dei “gruppi di affinità”, dei club a cui i membri provenienti, appunto, da “comunità sottorappresentate ed emarginate” possono aderire per fare rete e sistema. È una sorta di mutuo soccorso: l’Academy se ne serve nei momenti di crisi, i club vi cercano sostegno in contingenze difficili. Do ut des. L’inclusione del Jewish Heritage Affinity Group, analogamente al Women’s Affinity Group, è avvenuta a fine ottobre del 2025, dopo essere stata recepita dal Comitato per l’equità e l’inclusione e validata dall’intero Consiglio di amministrazione: l’Ampas ha quindi informato i suoi circa 11 mila membri, di cui duemila già afferenti ad almeno un Gruppo di Affinità, dei due nuovi sottoinsiemi.
L’obiezione sottesa va scoperta: se l’altra metà del cielo, che pure è numericamente prevalente nel mondo, può identificarsi e farsi riconoscere quale minoranza, perché non dovrebbero gli ebrei? Non ci sono dati ufficiali sulla composizione dell’Academy, una stima accreditata registra 11.120 votanti, di cui il 35% membri femminili, il 22% appartenenti a comunità sottorappresentate, il 21% non statunitensi, ovvero internazionali: sicché le donne sono una effettiva minoranza. Non si rileva la percentuale di ebrei, che con ogni probabilità non eccede però il 50%: minoranza anche loro. Ben vengano, dunque, ad affiancare le donne e gli altri sette club in essere: Asian Affinity Group, Black Caucus, Disability & Accessibility, Indigenous Alliance (nativi americani), La Agenda (ispanici), Lgbtq+ Coalition e Mena & Wana Alliance (Medio Oriente e Nord Africa). Il primo incontro, da remoto, del club ebraico si è tenuto il 30 marzo, aperto a tutti gli interessati a prescindere dall’appartenenza, come si confà a una lobby. Sintomatici i principi fondativi: “Il Jewish Heritage Affinity Group celebra la comunità cinematografica globale, passata e presente, che si identifica con la nostra fiera cultura ebraica. In questo periodo di crescente antisemitismo, il gruppo si unisce per promuovere la comprensione, la rappresentazione e la conoscenza, collaborando con l’Academy per onorare i membri ebrei e la loro storia”. Il sospetto, legittimo quanto l’istituzione del gruppo stesso, è che sia la risposta, se non la ritorsione, alle proteste dei Pro Pal, sostenute e incarnate da una teoria di star quali Javier Bardem o Mark Ruffalo, che hanno accompagnato l’award season. Le linee guida dello Jewish Heritage Affinity Group non ne fanno menzione, preferiscono distogliere lo sguardo da Gaza, Cisgiordania e Palestina e, viceversa, stigmatizzare “questo periodo di crescente antisemitismo”, autorappresentandosi quale minoranza in pericolo e chiamando Hollywood, ovvero se stessi direbbe Steve Martin, in soccorso. Sicché tocca citare Groucho Marx, attore e comico ebreo statunitense che dimettendosi dal Friar’s Club famosamente dichiarò: “Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me”. Vale anche per lo Jewish Heritage Affinity Group?