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 2026  aprile 02 Giovedì calendario

Intervista ad Achille Occhetto

«Vidi negli occhi dei miei genitori la gioia della libertà. Lì, decisi che sarei sempre stato di sinistra». Torino, città dov’è nato novant’anni fa, ha deciso il destino di Achille Occhetto, ultimo segretario del Partito comunista italiano e primo del Partito democratico della sinistra. Proprio a Torino presenterà questa sera alle 18, al Polo del Novecento, il suo ultimo libro: Oltre il baratro. Ripensare la sinistra e la democrazia (Passigli Editore).
Che ruolo ha avuto la sua città d’origine?
«Durante la Resistenza a casa mia, in via Vassalli Eandi, c’era la sede clandestina della Sinistra Cristiana. Con i miei genitori eravamo io, mia sorella, mio fratello e tre cugini. Ospitavamo anche un’ebrea fuggita dalle leggi razziali. Avevo nove anni. Improvvisamente il 25 aprile i miei genitori mi chiamarono sul balcone e vidi, in una Torino limpida in cui si vedevano le montagne innevate, sfilare i piccoli carri armati che gli operai facevano uscire dalla Fiat con sopra le bandiere tricolori. Aprivano la strada alle brigate partigiane che scendevano dai monti. Vidi negli occhi dei miei genitori la gioia della libertà. Lì, decisi che sarei sempre stato di sinistra».
Che Torino ricorda?
«Quella Torino sembrava uscita dagli schemi di Marx da un lato e di Gramsci dall’altro: la grande fabbrica e gli intellettuali. Una Torino che non esiste più. Ho un rapporto sentimentale forte con questa città. Era una città severa ed elegante. Quando i miei genitori mi portarono a Milano ero molto arrabbiato. La consideravo volgare. La città dei commercianti. Non la Torino nobile degli operai e degli intellettuali».
Dove andava a scuola?
«Sfollavamo ogni anno. Ho cambiato diverse scuole. Le ho fatte a Udine, Champoluc, Pinerolo e poi a Torino».
È vero che ha conosciuto Cesare Pavese?
«Mio padre lavorava all’Einaudi nel settore amministrativo. In casa mia sono entrati Pavese, Calvino e Natalia Ginzburg, che passava i pomeriggi con mia madre a fare la maglia. Pavese fu nostro ospite proprio l’agosto in cui si suicidò. In quell’occasione io facevo i compiti per l’estate e lui mi corresse quelli di latino».
Ricorda il giorno in cui si suicidò?
«Una settimana prima di suicidarsi ci mandò una cartolina in cui ci ringraziava per l’ospitalità e ci augurava una buona vita. Noi subito non capimmo il significato di quel “buona vita”. Poi quando arrivò la notizia del suicidio, ci rendemmo conto che forse in quelle parole c’era già il suo proposito di togliersi la vita».
Che tipo era?
«Pavese era severo e asciutto. Era però gentile. Parlava poco e ascoltava molto».
E Calvino?
«Era un giocherellone. Era molto simpatico».
Nel suo libro parla di una crisi della democrazia. Quali le cause?
«I motivi sono tanti. Il tema centrale però, destinato a durare, è il fatto che nuove potenze tecnocratiche hanno invaso il campo della politica. È sotto gli occhi come il sistema informatico abbia cambiato il modo stesso in cui i lavoratori entrano nel processo produttivo, come la comunicazione ha sostituito il discorso politico con la rappresentazione; la parola con l’immagine; la ricerca della verità con l’efficacia della postura che ha favorito l’affermarsi dell’idea di una democrazia decisionista a scapito della centralità dei parlamenti e di tutte le forme di controllo».
Quali le colpe delle forze progressiste?
«Credo che gran parte delle sinistre siano state per un certo periodo subalterne alla globalizzazione a direzione neoliberista. Di fronte alla crisi del 2008 la sinistra ha lasciato un vuoto che è stato riempito dal populismo che è venuto incontro ai disagi creati da quella crisi con soluzioni demagogiche. Seconda responsabilità: non aver saputo cogliere i mutamenti del mondo produttivo. Terza responsabilità è di non essersi liberata di una tendenza leaderista, una visione sostenuta anche dai mass media, che riduce la politica a un continuo scontro in cui i campioni si sfidano in singolar tenzone e il popolo sta intorno guardando la televisione. Questo ha indebolito la partecipazione e la presenza sul terreno dell’azione politica».
Chi sono i rappresentanti del nuovo autoritarismo?
«Ci siamo attardati troppo nel dibattito se il fascismo sarebbe tornato o no. È evidente che nelle vecchie forme non può tornare. Questo però non ha fatto vedere le caratteristiche del nuovo autoritarismo populista che ha al centro un tema fondamentale: la democrazia illiberale. Il nuovo fascismo, se vogliamo usare questa parola, è il trumpismo, l’ideologia Maga, una frattura profonda con il passato dell’esperienza democratica e del diritto internazionale. Una rivoluzione dall’alto che non si configura come parentesi ma va oltre Trump e che ci impone di ripensare la democrazia e l’idea di sinistra».
Ossia?
«Non si difende la democrazia stando sui vecchi spalti della liberaldemocrazia. Bisogna avere una democrazia inclusiva capace di dare risposte alla popolazione».
Come vede la sinistra italiana dopo la vittoria del referendum?
«Non c’è dubbio che la sinistra si trovi in una situazione migliore. Non si può però sovrapporre il voto referendario al voto politico. I giovani che non votavano hanno votato, ma non è detto che votino i partiti. Proprio per questo credo sia stato un errore partire subito con il tema delle primarie. Come ha detto Prodi, la sinistra non ha bisogno di indicare a quei giovani un duce. Ha bisogno di indicare un progetto morale, politico e ideale. Bisogna cogliere le domande ma la sinistra deve mettersi d’accordo per avere in mente una griglia di governo in cui ci siano i contenuti e le priorità. E quando si è trovata la quadra si può discutere del premier».
Conte e Schlein lo faranno?
«Nulla vieta che a livello interno si mettano d’accordo. Devono pensare al metodo. Per me ne esistono tre. Quello della destra, che mi sembra più razionale: il partito che prende più voti esprime il leader. Il secondo è quello delle primarie, ma bisogna stabilire le regole. Il terzo è quello che vede Conte e Schlein mettersi d’accordo per un “papa straniero"».