Corriere della Sera, 2 aprile 2026
Intervista a Corrado Ferlaino
«Il futuro è scritto nei social». Ne è certo Luca Ferlaino, che ha previsto la vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo analizzando miliardi di dati online, grazie ai quali ha individuato anche il gruppo dei finalisti del Festival. «Una grande onda emotiva ha influenzato il televoto – spiega il presidente di SocialCom Italia, piattaforma che trasforma il flusso continuo di dati provenienti dal web e dai social in visioni e asset strategici per aziende e istituzioni —. E questo vale per tutto. Se un milione di persone scrive sui suoi profili social “ho voglia di un gelato” posso prevedere che si venderanno più gelati. Se rilancia “Per sempre sì”, il Festival è conquistato».
Sulla vittoria ha pesato però il voto della sala stampa.
«Una sala stampa che ballava e cantava la canzone, come è emerso da un video. Una performance, anche quella, frutto dell’onda emotiva social. Siamo tutti con la testa nel telefonino, che ci condiziona e ci influenza».
Per Geolier questa cosa però non ha funzionato.
«Sal Da Vinci è un partenopeo rassicurante e la narrazione che lo accompagna va su diverse bolle. Geolier, che arriva da Scampia e non da Napoli centro e ha una immagine da rapper, è più divisivo».
La capacità predittiva di SocialCom, che lei declina in appuntamenti fissi a L’Aria che tira su La7, ha coinvolto anche l’elezione di Trump.
«La gente sui social dice cose, parla tanto. E l’analisi di questi dati ci ha permesso di prevedere la sconfitta di Kamala Harris, quando molti la davano in ottima posizione nello scontro con Trump. Fui sbeffeggiato in uno studio televisivo il venerdì prima delle elezioni negli Stati Uniti. Ma avevo ragione».
Da quanto tempo lavora all’analisi dei social?
«Da dieci anni. Mi piacerebbe dire che sono stato intelligente, ma la verità è che per stare più vicino a mia figlia, che adesso ha 20 anni, andai via da Napoli e incominciai a concentrarmi sui social che mi davano la possibilità di lavorare da remoto. Fondai una società con la quale gestivo i profili Twitter dei politici e intanto mi guardavo intorno. Osservavo la Casaleggio e associati e riflettevo sul fatto che i sondaggi erano sempre meno centrati. Ho iniziato a incrociare la sentiment analysis sul web e sui social e a chiedermi se questa potesse essere l’attività del futuro: i cellulari erano ormai nelle mani di tutti».
Lei è uno dei cinque figli di Corrado Ferlaino, il presidente del Napoli che portò in squadra Maradona.
«Uno dei cinque figli che lui ha avuto da quattro mogli: papà è stato un fantasioso e la nostra non vincerebbe il premio per la famiglia tradizionale. Ai miei tempi in classe ero l’unico figlio di separati e avevo fratelli e sorelle di caratteri ed età lontanissimi: fra il primo e l’ultimo passano 30 anni. E anche le mogli di mio padre erano diversissime. Mia mamma, Patrizia Sardo, fra tutte è la più atipica. Con la sua forte identità e una sua indipendenza, alla guida della sua agenzia di viaggi... È grazie a lei che ho mantenuto l’equilibrio fra gli eccessi del mondo di papà e la vita vera».
Quanto ha pesato avere un cognome così riconoscibile?
«Essere un Ferlaino ha pesato solo per la metà della mia formazione. E comunque con i miei amici storici, ragazzi della borghesia napoletana, il rapporto era alla pari. Certo poi partivo con papà con l’aereo privato, conoscevo Agnelli, Berlusconi... Picchi in una vita normale».
Che papà è stato il suo?
«Un patriarca al vertice di famiglie molto diverse, un narcisista cui piaceva essere il collante di queste comunità. Il rapporto con lui era chiaro: lui il sole e noi i satelliti che gli giravano intorno».
Parliamo di Maradona...
«Ho ricordi personali e altri legati al campo, come la partita Real Madrid-Napoli – giocata in uno stadio deserto a porte chiuse – che perdemmo 1 a 0. O gli allenamenti».
E quali sono i ricordi personali che ha di Diego?
«La trattativa per portarlo al Napoli fu lunga e controversa. Luglio 1984, avevo 13 anni: dopo un periodo a Positano con mamma, mi spostai da papà a Capri che mi mandò da sua sorella Renata proprio perché era preso dal caso Maradona. Era arrivato da poco e verso le 23 papà mi chiama: “Sono al Quisisana, devi raggiungermi”. Io opposi resistenza, ero stanco. Ma la sua richiesta si trasformò in un ordine. Uscii e mentre percorrevo via Camerelle vedevo gente impazzita, che correva, l’isola era andata in bomba. Non c’erano telefonini, né web e non capivo cosa stesse succedendo. Poi arrivai da papà e fu tutto chiaro: con lui c’era Maradona. Mi sembrava di sognare... andammo tutti a cena. Maradona chiese tagliolini con il tartufo bianco e partì un motoscafo da Napoli per portare il tartufo. Forse Diego pensava che in Italia era questo il piatto da ordinare. La stessa scena l’ho rivissuta 30 anni più tardi quando lui tornò a Roma per ritirare il premio Fifa. Dopo andammo a cena con il suo entourage a La Rosetta, storico ristorante di pesce al Pantheon, avevamo preso tutto il locale. E anche lì chiese tagliolini al tartufo».
Lei tifa ancora Napoli?
«Sono presidente del club”Sempre forza Napoli” di Roma e a casa da me vediamo le partite almeno in venti. Da ragazzo andavo in curva B. Avevo l’ingresso alla Tribuna autorità, ma la partita mi piaceva vederla con i miei amici Fedayn. Quando facevo le trasferte con papà portavo un cambio: con l’autista privato entravamo allo stadio e io nei bagni della Tribuna – dove arrivavo in jeans, camicia bianca e giacca blu – tiravo fuori dallo zainetto bomber nero, sciarpa del Napoli e occhiali da sole. Mi cambiavo, allo stewart dicevo che ero lì per sbaglio, guardavo un tempo in curva e correvo di nuovo in Tribuna. Mio padre, è noto, non vedeva mai tutta la partita e andava via all’inizio del secondo tempo: facevo in fretta per non restare a piedi».
Che rapporto ha conservato con Napoli?
«Buono, dopo una fase controversa. Esiste una narrazione per me irritante: siete i migliori del mondo, però poi state inguaiati. E ho scoperto che è così. Sono andato via 15 anni fa un po’ per mia figlia, un po’ perché ero arrabbiato. Eppure a Napoli avevo una autostrada davanti, potevo essere privilegiato, ma sapevo che la città non offriva spazi veri. Per i primi due anni fuori, sono stato presidente del Ravenna calcio. E lì ho scoperto che si poteva vivere in un altro modo: rispettando le regole tutto era semplice. E ho capito che noi napoletani non siamo intelligenti, ma furbi e dunque stupidi: ti frego perché conosco qualcuno per superare una fila, ottenere quel che sarebbe mio di diritto. Ma in questa gara a chi ha la scorciatoia giusta alla fine ci rimettiamo tutti. Vivere con le regole ti dà una qualità di vita migliore. Per questo a lungo ho avuto con Napoli un rapporto di amore e odio».
La rabbia si è ammorbidita con il tempo e la distanza?
«Con gli anni sì. Alla fine la città comunque va avanti. Un po’ più lentamente, ma va avanti. Ci sono metropolitane straordinarie che a Roma non sono riusciti a fare e tra molte contraddizioni è stata imboccata una strada nuova. Il sindaco Manfredi è al centro di una narrazione mainstream della città che vince e ha successo e dove ora arriverà la Coppa America. Nei Quartieri spagnoli dove si vendeva droga oggi ci sono bar e locali. Lo sviluppo e la cultura hanno portato un cambio. Nino Daniele, con il quale ho lavorato quando era sindaco ad Ercolano, ripeteva che il vulnus di certi popoli non è la povertà ma l’ignoranza».
Da Ercolano a Milano: ha lavorato alla vittoria di Attilio Fontana per le regionali in Lombardia. E avete vinto.
«Ho fatto politica fino ai 25/26 anni poi ho smesso e sono passato dall’altra parte. Ho fatto tante campagne elettorali e siamo una delle poche agenzie che lavora con qualsiasi esponente politico. Per Fontana abbiamo puntato sul racconto di quello che ha realizzato, da subito ho sconsigliato un approccio “frizzante” puntando alla narrazione di fatti veri e obiettivi raggiunti. La verità premia sempre. Anche e soprattutto sui social».