Corriere della Sera, 2 aprile 2026
Trump contro lo Ius Soli, scettica la Corte Suprema
La situazione è grave ma non seria, per parafrasare Ennio Flaiano. Se anche la deputata democratica del Nevada che si vanta sul suo profilo Twitter/X di aver vinto il premio come politico più bipartisan d’America scrive un tweet contro Trump talmente volgare – la parola più usata era «fuck» – che prima lo cancella e poi ne scrive un altro per non scusarsi, e infine cancella anche quello, c’è poco da dire: il presidente è riuscito a cancellare la maggior parte degli usi e costumi della politica americana. Insulta, viene insultato. E, come ieri, al netto del dibattito politico trasformato in lotta nel fango, scavalca in scioltezza una tradizione in vigore dal 1789 fino a ieri.
Trump ha infatti partecipato in mattinata, seduto in prima fila, al dibattimento davanti alla Corte Suprema di una causa che potrebbe dare la luce verde – o cancellare – a un elemento essenziale della sua piattaforma politica, l’abolizione dello ius soli. Con l’obiettivo di stroncare il meccanismo che permette a due immigrati illegali di restare negli Stati Uniti appena nasce un loro figlio – il neonato è cittadino americano, non può essere espulso ovviamente, e i genitori restano.
I presidenti mandano davanti alla Corte l’avvocato del governo: neppure i quattro predecessori di Trump che erano docenti di diritto (Taft, Wilson, Clinton, Obama) si erano mai avventurati davanti alla Corte durante una causa che li riguardava. Per evidenti ragioni di separazione dei poteri, prima ancora che di opportunità. Neppure Taft, che alla fine – da ex presidente – fu nominato giudice proprio di quella Corte.
Il rapporto conflittuale che lo contrappone alla cosiddetta «Scotus» (Supreme Court of the United States) ha le sue basi in un aspetto caratteristico del modus operandi trumpiano: sei giudici su nove sono stati nominati da presidenti repubblicani (tre li ha nominati lui durante il primo mandato), dunque vede la Corte come il braccio giuridico della sua amministrazione. Gli hanno dato molte soddisfazioni – la cancellazione dell’aborto legale in tutto il Paese, riportando tutto ai singoli Stati; l’espansione del potere presidenziale – ma anche qualche delusione. E da voci filtrate lo scorso anno, quando Trump cercò di cancellare lo ius soli con un ordine esecutivo senza passare dal parlamento per la procedura di revisione costituzionale (dove non avrebbe i voti), i «suoi» sei giudici tanto suoi non sono, se come pare hanno dato segnali negativi sulla legalità di questo decreto sullo ius soli.
Di sicuro ascoltando ieri il tono delle domande rivolte al povero John Sauer, avvocato del governo – il superconservatore Neil Gorsuch, glaciale, l’ha messo all’angolo costringendolo a un certo punto a ammettere «non ci avevo pensato» con voce flebile da studente umiliato e bocciato – i pronostici non paiono favorire Trump.
Vedremo, ma allora perché andare in prima fila ad ascoltare una discussione molto tecnica e asciutta – trasmessa in diretta audio da molte tv perché in aula sono saggiamente proibite le riprese video – nella quale rischia di perdere, e perdere è la cosa che odia di più? Intimidazione? Difficile bullizzare giudici che restano in carica a vita proprio per essere liberi da pressioni (devono essere nominati da un presidente e ricevere il placet del Senato, e basta).
Forse, più semplicemente, Trump vuole dimostrare al popolo Maga (già pregusta di cancellare la cittadinanza a 200mila neonati stranieri ogni anno) che lui ha fatto tutto il possibile. E che sarà la Corte a pugnalare lui – e loro, i Maga – nella schiena (già li ha insultati lo scorso anno paventando «influenze straniere» su di loro).
Considerando che se Trump cercasse un terzo mandato dovrebbe ancora passare dalla stessa Corte (il limite previsto dalla costituzione è due), non è un’ipotesi peregrina. Vedremo al momento della pubblicazione della decisione, in estate. Intanto i giudici hanno fatto un voto preliminare ieri pomeriggio, in segreto, e ora scriveranno le motivazioni.