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 2026  aprile 02 Giovedì calendario

La minaccia di Trump: «Fuori dalla Nato». Iran: nessuna resa

«Parla a bassa voce ma portati dietro un grosso bastone», consigliava Theodore Roosevelt in materia di politica estera (il bastone era la Marina). Trump fa il contrario, quando scrive usando solo le maiuscole. Ieri, eccolo sul suo social Truth: «Il nuovo presidente del regime iraniano, molto meno radicalizzato e molto più intelligente dei predecessori, ha appena chiesto agli Stati Uniti un CESSATE IL FUOCO! Lo prenderemo in considerazione quando lo stretto di Hormuz sarà aperto, libero, scorrevole. Fino a allora bombarderemo l’Iran fino all’annientamento o, come si suol dire, fino a rispedirli all’età della pietra». Rapida però la smentita iraniana sulla proposta di cessate il fuoco («Notizia falsa e senza fondamento», secondo il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei) con, in più, una (lunghissima) lettera del presidente Pezeshkian indirizzata al popolo americano dove sostiene che «siamo a un bivio, la via del confronto è futile… il popolo iraniano non nutre inimicizia verso le altre nazioni, compresi i popoli dell’America, dell’Europa o dei Paesi vicini… dipingere l’Iran come una minaccia non è né coerente con la realtà storica... L’Iran ha portato avanti i negoziati, ha raggiunto un accordo e ha adempiuto a tutti i suoi impegni… Attaccare le infrastrutture vitali dell’Iran, comprese le strutture energetiche e industriali, prende di mira direttamente il popolo iraniano».
Il problema è che continua a mancare da parte dell’Iran una risposta ufficiale al piano di pace in quindici punti dell’amministrazione Trump consegnato a Teheran attraverso il Pakistan (il vicepresidente JD Vance potrebbe incontrare alti funzionari iraniani se si dovessero svolgere negoziati di pace).
Trump aveva annunciato un discorso tv in diretta all’America (alle tre di ieri notte in Italia) per aggiornare il Paese sull’andamento della guerra, e filtravano ieri pomeriggio indiscrezioni sulla durata della guerra – «altre 2-3 settimane» – e sul suo «disgusto» per la Nato (peraltro più di 1.000 soldati Nato non americani, 53 dei quali italiani, sono morti in Afghanistan, chiamati da Washington che aveva invocato l’articolo 5 dopo l’11 Settembre: Trump però di questo non parla mai).
L’ira del presidente – la benzina in California, lo Stato americano più caro, ha ieri per la prima volta superato i sei dollari al gallone, prezzo quasi europeo – vista la oggettiva difficoltà della trattativa con gli iraniani ha coinvolto ieri la Nato.
Prima un’intervista con il quotidiano conservatore britannico Daily Telegraph, nella quale ha detto che «la Nato l’ho sempre considerata una tigre di carta, e tra parentesi Putin pensa la stessa cosa… sto pensando di uscirne, non mi ha mai convinto… noi americani ci siamo sempre stati per loro, Ucraina compresa, che non era un nostro problema ma per loro ci siamo stati, loro per noi non ci sono mai». Ha poi insultato la Marina di Sua Maestà un tempo dominatrice del mondo, «non avete una marina militare, troppo vecchia, le portaerei non funzionano… Starmer vuole solo mulini a vento per farvi pagare l’energia un occhio della testa».
La risposta di Starmer? Nessuna difesa della sua Marina ma nuovo supporto per la Nato, «l’alleanza più efficace della storia mondiale… a prescindere dal rumore di fondo agirò per l’interesse britannico, questa non è la nostra guerra, e non ci lasceremo trascinare dentro».
Il segretario di Stato Rubio peraltro l’altra sera aveva definito il rapporto Usa-Nato «a senso unico» (fa sorridere che nel 2023, da senatore, Rubio avesse scritto una legge per forzare un passaggio parlamentare in caso di futura uscita dalla Nato: storia antica). Ieri, ancora Rubio: «L’Iran vuole l’atomica senza nessun dubbio, stava costruendo una rete di protezione per i suoi missili, abbiamo sventato il pericolo».
Giravolta anche sull’uranio arricchito iraniano: circa 440 kg, abbastanza per 10 o anche 12 bombe, secondo gli ispettori internazionali. Il casus belli: eppure Trump ha detto alla Reuters ieri che «è così in profondità sottoterra che non mi interessa, lo terremo sempre d’occhio via satellite» (le scorte sono state in gran parte sepolte dopo gli attacchi del giugno dello scorso anno), contraddicendo un po’ tutta la comunicazione fatta fin qui. Ma è un dato di fatto che su precisa richiesta del presidente è stato preparato, scriveva ieri il Washington Post, il piano ad altissimo rischio (gli esperti sono concordi) per andare fisicamente a rimuovere l’uranio tramite un commando di forze speciali.