Robinson, 29 marzo 2026
Intervista ad Anna Maria Mori
Si chiede se deve vergognarsi del libro che ha scritto. Rispondo che non ce n’è motivo. E che sono altre le cose di cui vergognarsi. Anna Maria Mori, un tempo collega di Repubblica e scrittrice, sta per compiere novant’anni. È un’età che lei riempie di dubbi e di incertezze. L’età più insicura insieme a quella dell’infanzia. Ha appena pubblicato per HarperCollins Disordine, un fresco abbecedario di piccoli sentimenti che completa l’affresco di Bora, dove estesamente l’autrice affrontava il suo passato di profuga istriana.
Perché avresti dovuto vergognarti del tuo libro?
«Quando te l’ho scritto mi ero già pentita. Troppo tardi. Ma in fondo è giusto così».
Giusto cosa?
«Sono ossessionata dal mio passato. Ma poi mi dico: a chi importa del mio passato».
Ti devi vergognare del tuo passato?
«Non in quel senso, anche se un po’ da adolescente mi sono vergognata della mia storia che è poi la storia di un’esule istriana. La vergogna era anche il libro che indaga e scava in quella storia per chiedersi se ho fatto bene, se ha senso, se quella piccola testimonianza di un mondo che non c’è più arriverà a qualcuno e insegnerà qualcosa. E giù una cascata di dubbi».
C’è una storia e poi c’è la scrittura per raccontarla. I tuoi dubbi in che direzione vanno?
«La storia la puoi adattare ai sentimenti che provi, alla crescita e all’esperienza vissuta. È sempre una storia parziale. La scrittura no. O c’è o non c’è. Sono nata in un piccolo lembo che un tempo fu Mitteleuropa e divenne terra di confine e lì, per qualche miracolo dovuto alle diverse etnie, la scrittura è diventata il modo di scavare dentro la fine di un impero».
Ti senti un’erede della Mitteleuropa?
«Scherzi? Quella roba lì è inarrivabile. Poi penso che abbiamo avuto degli ottimi scrittori: Marisa Madieri che ha raccontato con forza il mondo istriano o Nelida Milani con cui mi sono confrontata nel libro Bora, per non parlare di Boris Pahor che ha attraversato il Novecento o Claudio Magris con il suo Danubio e i suoi romanzi. Mi sento parte di quel mondo, di quella scrittura anche se, ripeto, i segreti dell’anima mitteleuropea restano inaccessibili, le parole che quei popoli hanno inventato diventerebbero ridondanti nella nostra lingua».
“Disordini”, il tuo nuovo libro in che misura ti rispecchia?
«È un passo laterale rispetto a Bora. Certo, ci sono molto le mie radici, ma anche la mia professione di giornalista, le persone che ho incontrato».
Giornalista di Repubblica, come sei arrivata alla testata di Scalfari?
«Sono entrata a Repubblica fin dalla sua nascita. Avevo una rubrica di successo sul Messaggero e due amici che mi hanno introdotto: Andrea Barbato ed Enzo Forcella. Era uno dei pochissimi giornali, forse l’unico, che aveva aperto alle donne».
Ricordi qualche nome?
«Natalia Aspesi, Laura Lilli, Miriam Mafai, Rosellina Balbi e molte giovanissime. Di Miriam sono stata amica come pure di Rosellina, il che era molto più complicato».
Complicato perché?
«Rosellina, che prese il posto di Enzo Golino, alla direzione delle pagine culturali, era dura, intransigente e soprattutto sola. A volte metteva paura. Perfino Scalfari la temeva o faceva finta, non lo so. Comunque aveva qualcosa di antico, sembrava uscita dal regno del matriarcato. Gli ultimi tempi le portavo da mangiare a casa. Non aveva la cucina e non aveva più voglia di uscire. Ho visto in lei il rifiuto deciso della casalinghitudine».
La Mafai?
«Tutt’altro tipo umano. Mi piaceva come pensava, come rideva, con quale naturalezza fronteggiava l’universo maschile. Aveva fatto della politica la sua ragione di vita, ma sempre refrattaria alle mitologie. Anche quelle create dal suo partito comunista».
Quali mitologie?
«Pietro Secchia e il velleitarismo rivoluzionario o quando affrontava senza alcun timore reverenziale Enrico Berlinguer. E poi ricordo una sua presa di posizione contro le famose “lucciole” di Pasolini. Non se ne poteva più e Miriam liquidò questo lamento sulla scomparsa delle lucciole, scrivendo che per lei era il tempo in cui le donne andavano a lavare i panni al fiume».
Hai conosciuto e frequentato molte donne dello spettacolo.
«Per ragioni professionali, innanzitutto. Ma anche – almeno per alcune – per vicinanza geografica come Alida Valli e Laura Antonelli».
Entrambe di Pola come te.
«Alida andò via da Pola molto giovane e non tornò più. La Antonelli partì come profuga e credo che anche lei non fece più ritorno nella sua città. Ebbero destini diversi. Alida finì i suoi giorni in una specie di ovattata tristezza. La sentii un paio di giorni prima che morisse, chiedendole se avesse bisogno di qualcosa. Di niente, mi rispose con garbo. E attaccò il telefono. Mentre gli anni finali di Laura furono un progressivo decadere nel corpo e nella mente. Era come se tutta la fragilità vissuta e le ferite che le procurarono l’avessero spossata al punto da rendersi irriconoscibile».
Per molti che sono partiti, Pola è rimasta l’interdetto. Un luogo da dimenticare o rimuovere. Per te cosa è stata?
«Mi fai venire in mente Rossana Rossanda, che per tutta la vita ha cercato di allontanarsi dalle sue radici. Anzi, di negarle. Per lei era importante lo sguardo internazionale, la vitalità che le dava Milano e poi Roma e infine Parigi. Essere nata a Pola era solo un caso. Per me no. Per quanto sia casuale dove si nasce, è quando sei nata che cresce la sensazione di essere parte di qualcosa da cui è difficile prescindere».
Soprattutto se vieni strappata da quella terra?
«Soprattutto, sì. Quando siamo dovuti partire nel 1947 sulla nave “Toscana”, è stato come se ci avessero rubato tutto. Non solo la casa, i mobili, il giardino. Ma anche la giovinezza, l’allegria, la certezza che nel presente ci sarebbe stato un futuro. Tutto questo è sparito di colpo. Ma la cosa imperdonabile, che per anni mi ha addolorato, è la ricorrente sensazione di aver perduto il mare. Quel mare lì».
Cosa aveva di così particolare?
«Quel mare era bello: trasparente con il fondale di grandi ciottoli bianchi. Ma in fondo non diverso da altri mari. Però lo avevo idealizzato, fino a farne una parte di me, dei miei sogni, della mia convinzione che prima o poi sarei tornata a immergermi in quelle acque. E ho pensato che non si possa vivere bene senza la bambina che sei stata».
Come ricordi l’Anna Maria di allora?
«Intanto tendevo facilmente a ingrassare, ma non provavo disagio. Mi faceva sembrare solo un po’ più grande. Poi, crescendo, la sfrontatezza si trasformò nell’infelicità di una ragazza frustrata senza più riferimenti, che consolava il vuoto nel cibo. Ma ero già a Firenze. Una città che non ho mai sentito mia».
Mentre Pola?
«Ho provato a rimuoverla, cancellarla, rinnegarla. Senza mai riuscirvi veramente. Mi tornavano alla mente i miei genitori. La mancanza di soldi perché eravamo diventati poveri con l’arrivo delle truppe jugoslave, ma anche il loro grande coraggio di sfidare la vita: prima il fascismo, poi il titoismo e infine l’esilio».
Tuo padre di cosa si occupava?
«Era stato ufficiale di marina, ruolo che lasciò per ragioni di salute e poi nella vita civile gestì insieme alla mamma un albergo: il Miramar. Fu un momento felice della loro esistenza. Quando tutto era ancora possibile. Almeno fino all’illusione della liberazione. A Pola erano arrivati gli inglesi e i neozelandesi e la gente sembrava impazzita di felicità. Lanciava fiori ai soldati e i soldati ricambiavano con la cioccolata. Poi le potenze che avevano vinto la guerra decisero che quelle terre andavano agli slavi e gli slavi se la presero con gli italiani di Istria».
Quanti anni avevi?
«Sono nata nel 1936, avevo otto anni. Fu in quel periodo che sentii per la prima volta pronunciare la parola “foibe”. Mi spiegarono che erano fiumi sotterranei che avevano scavato e aperto voragini profonde nella roccia. E mi dissero che gli “uomini dei boschi” – così erano chiamati gli appartenenti alle truppe titine – in quei crepacci ci buttavano gli italiani fascisti o sospettati di esserlo stati».
Tuo padre era stato fascista?
«No, però dovette prendere la tessera per poter lavorare come impiegato al comune. E comunque non era disposto a rinunciare alla propria nazionalità e alla propria lingua. E c’era molta paura in famiglia per quello che sarebbe potuto accadere».
Per anni non si è compresa la portata storica di quei fatti. Perché?
«Tutta la tragedia istriana non è stata capita. Perché eravamo povera gente. Perché ci consideravano fascisti, anche se molti di noi non lo erano. Perché dall’altra parte c’erano i “fieri” e “leali” vincitori che inneggiavano al popolo. E alla fine perché quelli che rimasero dissero a quelli che partirono: perché ve ne siete andati? E questi, con altrettanto disprezzo, perché siete rimasti? Fu una guerricciola tra poveri».
La tua famiglia scelse Firenze.
«C’era un pezzo di terra dove stare. Ricominciò con un negozietto che a stento ci consentì di vivere. Studiai in un collegio per ricche signorine grazie alla raccomandazione del vescovo di Pola. Ma ero considerata un corpo estraneo. Le suore mi emarginarono. Sebbene il profitto fosse buono e la lingua senza accenti, non ero considerata all’altezza. Mi vergognavo e a chi mi chiedeva dove fossi nata rispondevo a Firenze. E poi scappavo per la difficoltà di inventare nuovi dettagli».
Non ti è restato niente di quella città?
«La bellezza asfissiante, certo. E alcune prediche di Padre David Maria Turoldo nella Santissima Annunziata. Ricordo la basilica sempre piena e l’uomo alto, biondo, ascetico con una voce profonda che tuonava contro le ingiustizie. Faceva un effetto strano vedere donne ricchissime avvolte nelle pellicce e cariche di gioielli rapite dalle sue parole. Penso che alla fine Firenze non mi abbia mai amato e io ho contraccambiato il sentimento. Roma è stata la mia salvezza. I nuovi amori, la professione, il disordine che diventa vita e la vita che si tinge di nuove avventure».
Ricordi più ravvicinati.
«Che mi hanno permesso di affrontare il “tempo ritrovato”».
E come immagini questo tempo che suona tanto di letteratura?
«Non credo che la letteratura salverà il mondo, ma può aiutare a salvare i miei ricordi e a dare una forma più originale ai luoghi, alle persone, alle amicizie e alle inimicizie, agli amori e ai disamori. Ho messo Firenze in un cassetto e non ho molta voglia di aprirlo. Roma è il mio eterno presente, è l’antico che non tramonta e Pola è in un angolo della mia mente. Il tempo arreda i nostri sentimenti. Un po’ come il cinema che ho sempre amato e frequentato attraverso i suoi protagonisti».
C’è un’ampia lista di attori, attrici, registi che ricordi con affetto. Ma, toglimi una curiosità, perché Antonioni era stato soprannominato “il cretino”?
«Fa un certo effetto, lo riconosco. In fondo nella sua algida dimensione intellettuale sembrava inattaccabile. Tra i registi importanti del nostro cinema, è quello che più di tutti ha subito l’oltraggio dalla banalità quando, dopo che è morto, la banalità ha cancellato il suo cinema ritenuto inutilmente profondo».
Da chi?
«Dai suoi colleghi. Fu Monicelli a coniare l’epiteto. Non voleva essere una mancanza di rispetto, ma solo una trovata divertente come era la commedia all’italiana. “Il cretino”, si disse, per tutta la vita aveva provato inutilmente a comunicare attraverso l’incomunicabilità».