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 2026  marzo 29 Domenica calendario

Mini Odissea nello spazio

Nessuno sa con certezza come sia nata la vita sulla Terra, ma secondo una teoria i microbi avrebbero raggiunto il nostro pianeta a bordo di meteoriti, e noi saremmo i discendenti di quei minuscoli vagabondi. Potrebbero perfino provenire da Marte. 
«Abbiamo meteoriti marziani» che sono giunti sulla Terra in seguito a impatti preistorici di asteroidi sul pianeta rosso, sostiene K.T. Ramesh, un esperto che lavora su questi temi presso la Johns Hopkins University. È facile immaginare uno di questi corpi celesti, pieno di microbi, che si tuffa attraverso i cieli primordiali fino alla Terra. 
Questa teoria, nota come litopanspermia, rimane non comprovata, non da ultimo perché le prove di una vita aliena estinta su Marte rimangono elusive. Ma Ramesh e i suoi colleghi erano curiosi di sapere se fosse almeno possibile per i microbi spostarsi da un pianeta all’altro. I batteri potrebbero sopravvivere se fossero scagliati via dalla superficie di un pianeta dall’impatto di un asteroide? 
L’esperimento di laboratorio del team offre prove convincenti che uno scenario del genere è almeno possibile. Pubblicati recentemente su PNAS Nexus, rivista scientifica ad accesso aperto della National Academy of Sciences, questi risultati potrebbero spiegare in che modo pianeti come il nostro sono stati “invasi” dalla vita. 
Nessuno sostiene seriamente che potremmo avere antenati marziani. Ma questa ricerca dimostra che i microbi non solo possono resistere a uno dei processi più violenti del cosmo ma anche trarne vantaggio per navigare tra le stelle. 
«Ridefiniamo continuamente i limiti della vita», dichiara Madhan Tirumalai, un microbiologo dell’Università di Houston che non ha partecipato al nuovo studio. «Questo articolo ne è un altro esempio». 
Gli scienziati si chiedono da tempo se i microbi possano sopravvivere agli impatti dei meteoriti. Dopotutto, molti organismi noti come estremofili sopravvivono a temperature elevate, acidità estreme e salinità straordinarie – a volte tutte contemporaneamente – sulla Terra. Altri riescono a resistere ai rigorosi protocolli delle camere bianche dei voli spaziali, aggrappandosi all’interno dei veicoli e perfino all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale. 
I microbi non sono a prova di asteroide: anche impatti relativamente modesti di rocce spaziali possono scatenare energie paragonabili a quelle delle bombe nucleari, vaporizzando i microrganismi nel punto zero. Ma i microbi resistenti ai margini di un sito di impatto potrebbero essere in grado di raggiungere lo spazio aggrappandosi al materiale superficiale espulso. 
Per lo studio, il team della Johns Hopkins ha lanciato piastre metalliche contro i microrganismi a velocità incredibili. Le collisioni hanno generato pressioni estreme simili a quelle degli impatti di asteroidi che colpiscono spesso Marte. 
Quanto al minuscolo organismo, il team ha scelto il Deinococcus radiodurans. Trovato nel deserto di Atacama in Cile, è l’Incredibile Hulk del mondo batterico: è in grado di autoripararsi rapidamente ed è resistente a disidratazione estrema, sostanze chimiche aggressive e radiazioni potenti – il che lo rende un eccellente candidato come microbo in grado di sopportare facilmente i viaggi spaziali. 
Il team ha inserito campioni di D. radiodurans tra due piastre d’acciaio, per poi lanciarvi contro un’altra piastra metallica a velocità fino a 300 miglia all’ora. Gli impatti hanno generato pressioni comprese tra uno e tre gigapascal, ovvero tra 10 e 30 volte la pressione sul fondo della Fossa delle Marianne, l’abisso oceanico più profondo della Terra. «Non sapevamo cosa aspettarci», dice Lily Zhao, la dottoranda della Johns Hopkins University che ha guidato gli esperimenti. Non nutrivano grandi speranze. «Onestamente, saremmo stati entusiasti di vedere un tasso di sopravvivenza dell’1 per cento». 
I batteri si sono dimostrati tenaci. Negli impatti iniziali, quasi nessuno è morto. Anche quando i ricercatori hanno aumentato la pressione, la maggior parte è stata a prova di proiettile. 
A 1,4 gigapascal, in media il 95 per cento dei microbi è sopravvissuto. La percentuale è scesa al 60 per cento a 2,4 gigapascal e a poco meno del 10 per cento a 2,9 gigapascal. 
Il team non è riuscito a determinare la pressione d’impatto che avrebbe sterminato i microbi: la loro apparecchiatura sperimentale ha iniziato a rompersi prima che i batteri fossero eliminati. «I metalli cedevano e si fratturavano prima delle cellule», racconta Zhao. 
Sebbene la sua superficie sia ora una landa desolata e irradiata, «Marte era molto diverso miliardi di anni fa», sostiene Ramesh – un regno decorato da laghi, fiumi, forse persino da un oceano gigante. Gli impatti degli asteroidi potrebbero aver trasformato i numerosi microbi marziani in astronauti. 
Sulla scia del clamoroso successo di questi esperimenti, Zhao spera di sottoporre a test da laboratorio altri tipi di batteri, così come ulteriori microrganismi come funghi e archeobatteri. Si aspetta di trovare livelli simili di resistenza adamantina alle pressioni indotte. 
«La vita è sempre più tenace di quanto ci aspettiamo», conclude.