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 2026  marzo 22 Domenica calendario

Intervista a Neyef (Romain Maufront)

Una grande epopea western Hoka hey! e ci fa entrare tra immense praterie e grandi personaggi di diverse culture. Al centro c’è George, un giovanissimo Lakota cresciuto da un reverendo bianco. Ha studiato la Bibbia e sogna di diventare medico. La sua vita viene però stravolta fin nelle prime pagine, quando conosce Coltello Corto, un giovane e violento nativo alla ricerca dell’assassino della madre. L’autore è Neyef, pseudonimo del quarantaduenne Romain Maufront: il suo Hoka hey! è un kolossal fumettistico di 220 pagine a colori che alterna contemplazione e azione. Il titolo è il grido di guerra dei Lakota: vuol dire “avanti!”, ma non è il significato che conta, bensì la forza che infonde. Per l’uomo bianco in queste pagine non c’è perdono né redenzione. In una terra dominata dalla legge del più forte, la violenza sembra drammaticamente l’unica possibilità di difendersi. 
Neyef, perché ha scelto il western? 
«Amo il western da quando ero piccolo. Non mi piace disegnare la modernità o le macchine. Quello che amo è perdermi tra grandi paesaggi e disegnare piccoli personaggi lì in mezzo». 
Nei fumetti è un genere difficile da affrontare. 
«Molto. Bisogna disegnare cavalli in tutte le posizioni e la natura non è semplice, quindi ho aspettato di aver raggiunto un buon livello artistico e fiducia in me stesso. Avendo carta bianca dall’editore, ho realizzato il fumetto che avevo sempre voluto disegnare». 
Il fumetto è sempre stato il suo sogno?
«No, non da bambino. Dopo la maturità non sapevo cosa fare ma avevo sempre disegnato, quindi ho scelto una scuola d’arte. Ho optato per il fumetto perché mi sembrava più facile dell’animazione». 
Dunque non è mai stata veramente una passione. 
«Piuttosto un bisogno: mi ha spinto al fumetto il fatto di non essere molto socievole. Essendo figlio di un militare ci trasferivamo spesso e dovevo rifarmi degli amici; il disegno permetteva di attirare l’attenzione delle persone». 
Perché una storia così impegnativa e lunga? 
«Ci ho messo circa due anni. Mi sono ritrovato con 220 pagine senza nemmeno volerlo». 
Ha lavorato su carta o in digitale? 
«Ho fatto venti pagine su carta, per il mio gallerista, ma il lavoro è tutto in digitale». 
Il centro della narrazione è George. 
«C’è molto di me nel personaggio di George, nel suo farsi domande sull’appartenenza alla cultura Lakota, per esempio». 
Perché? 
«È la mia storia personale: ho una nonna vietnamita e mi sono sempre chiesto perché io e i miei fratelli siamo così attaccati al Vietnam se non parliamo la lingua e somigliamo ai bianchi. Della cultura vietnamita non conosciamo molto, ma è l’ultimo legame con la nonna. Questo è lo stesso sentimento di George». 
Tanti personaggi, ognuno con una sua diversa verità. 
«Ogni personaggio ha una parte di me. La vendetta è incarnata da Coltello Corto e la collera che lui sente, l’ho vissuta anch’io. Luna Nuova rappresenta le donne della mia famiglia. Realizzarlo è stato un modo per conoscermi meglio». 
George dalla Bibbia ha imparato che solo il perdono ferma la violenza. Ma Coltello Corto gli insegna che la vendetta è l’unica giustizia. 
«Condivido tutto quello che dicono i miei personaggi, anche le parole violente. Non sono dogmatico sulla non violenza, mi piace rimetterla in discussione. Mi sento più vicino alla cultura Lakota rispetto alla società occidentale: chiedo il massimo rispetto per la natura e auspico la condivisione delle ricchezze». 
Leggendo il suo fumetto non si può evitare un collegamento con quello che sta accadendo nel mondo. Ci pensava anche lei realizzandolo? 
«Sì, una storia ambientata nel passato è un modo di parlare del mondo di oggi. Affronto sempre la marginalità e i miei personaggi vivono fuori dalla società. In Hoka hey! volevo difendere la vendetta come possibilità. I Lakota sono stati vittima di un genocidio. Quando la giustizia non è più possibile, che cosa resta a parte la violenza e la vendetta? L’ho riscontrato anche in Francia con i movimenti di contestazione sociale». 
Il fumetto fa bene. 
«Sì, mi fa stare bene. Non sono molto socievole e sono turbato dai rumori e dalle aggressioni esteriori, quindi è un rifugio. È più facile esprimermi con il disegno che farlo faccia a faccia. Mia madre, leggendolo, ha capito molte cose su di me senza bisogno di parole». 
Non soffre la solitudine tipica del fumettista? 
«Anzi, la adoro! Non sarei mai potuto stare in un’azienda con dei colleghi. Sono felice di essere solo nel mio ufficio, come un monaco a disegnare storie».