La Lettura, 29 marzo 2026
Il favore di Togliatti per il figlio
La lettera qui riprodotta, mai vista prima, è stata a lungo sepolta nell’archivio di Stato ungherese, tra le carte della segreteria di Mátyás Rákosi (1892-1971), all’epoca segretario del Partito dei lavoratori ungheresi e capo assoluto del Paese. Si tratta di un documento interessante per diversi motivi, che cercheremo di analizzare.
Il contesto è la malattia di cui soffriva Aldo Togliatti, figlio unico del segretario del Pci e di Rita Montagnana, diagnosticata come grave forma di schizofrenia con tratti autistici, che il padre fece risalire al 1950. Come rilevano Aldo Agosti e Marina Cassi nel libro di prossima uscita per Laterza (La moglie del partito. Vita di Rita Montagnana Togliatti), che abbiamo potuto consultare, l’idea di mandare Aldo in Ungheria era nata da un incontro di qualche settimana prima a Mosca, alla vigilia del famoso XX Congresso del Pcus, nel febbraio 1956, tra Rita (che risiedeva là con Aldo) e Vittorio Vidali, che faceva parte della delegazione del Pci. Vidali le aveva parlato di una clinica di Budapest, dove «si cura(va)no le malattie nervose con metodi ispirati alle teorie di Pavlov e lei si (era afferrata) a questa idea come a un’ancora di salvezza» (Diario del XX Congresso, Vangelista, 1974).
Togliatti riteneva «impossibile il ritorno di Aldo in Italia» perché la sua presenza e la malattia sarebbero state sfruttate da «nemici perfidi». Questa frase era giustificata, ricordando il clima spesso bigotto e ottuso che aveva circondato le precedenti vicende familiari del capo del Pci – dal divorzio di fatto con Rita all’unione con Nilde Jotti, all’adozione della piccola Marisa Malagoli – per non parlare dello stato di paurosa arretratezza in cui versavano varie discipline in Italia, sia umanistiche (sociologia, scienza politica) sia scientifiche, come la psichiatria. La visita ad Aldo effettuata da Giovanni Bollea, pioniere della neuropsichiatria infantile e uomo di grandi meriti (cfr. l’intervista di Tommaso Labate a Marisa Malagoli su «Sette» del 20 novembre 2020), nei primi anni Cinquanta, aveva stabilito la diagnosi ma non aveva potuto essere seguita da cure adeguate, data l’assenza quasi completa di strutture che non fossero repressive, come avrebbe riscontrato più tardi Franco Basaglia, altro personaggio anticipatore. Che l’Urss avesse uno stadio più avanzato in questo senso era assai discutibile, mentre l’Ungheria lo aveva, grazie alle influenze viennesi di inizio secolo che avevano fatto in tempo a radicarsi nonostante la successiva presenza di regimi dittatoriali.
Per quanto riguarda il clima politico dell’epoca, la lettera si concludeva con scuse quasi troppo enfatiche per il disturbo arrecato da parte di un «compagno e vecchio amico» che formulava «il più fraterno saluto» e «i migliori auguri di buon successo in tutto il vostro lavoro». I precedenti incontri tra i due non erano stati idilliaci, come ha testimoniato un giornalista e dirigente politico ungherese che, grazie al suo italiano fluente, aveva avuto rapporti con entrambi (Federigo Argentieri intervista Miklós Vásárhelyi, Valerio Levi, 1988): «Ricordo che andai in Italia come giornalista nel 1947, e Rákosi mi mandò da Togliatti con una missione speciale. (...) Dovevo dire che il partito ungherese non era d’accordo con il Pci e con le illusioni che coltivava sulla democrazia borghese, sul parlamentarismo, sulle istituzioni democratiche. (...) Togliatti era molto riservato, freddo, non amichevole. Gli dissi che avevo un consiglio da parte di Rákosi, al che mi rispose ironicamente: “Noi dal compagno Rákosi abbiamo già avuto molti consigli”». Togliatti si riferiva ai primissimi mesi di vita del Pc d’I, quando l’allora incaricato del Comintern assillava i compagni italiani con direttive e istruzioni, come riferito da Paolo Spriano nella Storia del Partito comunista italiano (Einaudi, 1973, vol. I).
Torniamo ora per un momento al periodo immediatamente precedente alla lettera: il XX congresso del Pcus aveva creato gravi difficoltà al capo ungherese e più di un grattacapo a Togliatti. A dire il vero, Rákosi aveva cominciato a traballare già nel maggio dell’anno precedente, dopo la visita di Krusciov a Belgrado, in seguito alla quale i rapporti tra Urss e Jugoslavia erano stati normalizzati completamente, non solo a livello statale ma anche dei rispettivi partiti comunisti. Poiché era rientrata la «scomunica» a Tito, gli ungheresi cominciavano a chiedersi se László Rajk, il dirigente comunista processato e impiccato nel 1949 per «titoismo», non avrebbe dovuto essere scagionato e riabilitato: la questione si trascinò fino a dicembre, quando Imre Nagy e il sopracitato Vásárhelyi furono espulsi dal partito. In una situazione del genere, la denuncia di Stalin compiuta da Krusciov nella seduta a porte chiuse nella notte del 24-25 febbraio fece l’effetto di un potente detonatore, anche perché il testo del discorso segreto iniziò a circolare quasi subito.
Quanto a Togliatti, esiste la testimonianza personale di un cineoperatore di nome Ivan Filatov, il quale, nel documentario di Rai Storia Togliatti tra Stalin e Krusciov, a cura di Francesco Bigazzi, a partire dal minuto 35’15’’ racconta di essere entrato nella sala del congresso durante la seduta a porte chiuse, per recuperare il suo materiale: c’era un silenzio rotto solo dalle parole di Krusciov. Durante una breve pausa del suo discorso, si alzò Togliatti che in russo disse: «Cosa dite, per quale ragione parlate di questo». Nel medesimo documentario, subito dopo, il giornalista Igor Itskov riferisce che nel 1967, durante i festeggiamenti per il 50° anniversario della presa del potere, all’ormai pensionato Krusciov fu chiesto perché Bucharin e le altre vittime delle purghe staliniane non erano ancora state riabilitate, nonostante la denuncia del rapporto segreto: Krusciov rispose con aria rattristata di «non aver trovato il momento»; poi aggiunse che «l’opposizione più vigorosa a tali riabilitazioni era venuta da Maurice Thorez (segretario del Pcf) e Palmiro Togliatti».
Rita e Aldo arrivarono a Budapest ai primi di aprile. Furono sistemati in un alloggio sulla Collina delle Rose, una delle zone chic della città, guardati a vista dall’Ávo, la polizia politica, in quanto appartenenti importanti a un «partito fratello». Aldo fu curato presso l’Istituto nazionale di Psichiatria e Neurologia, detto anche «Casa gialla» dal colore dell’edificio, situato a Lipótmezô, uno dei sobborghi di Budapest. Le cure che riceveva erano prontamente riferite sia al partito ungherese che a quello italiano. Tra i mesi di giugno e luglio, lo stato del «ragazzo» (sic) fu definito «oscillante». Lo scambio di informazioni proseguì. Alla fine di agosto il trattamento si concluse e i due tornarono in Italia. Ai numerosi paradossi, per lo più dolorosi, della vita di «Aldino», va aggiunto quello di aver vissuto cinque mesi in un Paese in pieno subbuglio, e di esserne partito alla vigilia di un’autentica rivoluzione popolare.