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 2026  marzo 29 Domenica calendario

La guerra dentro gli abbecedari

Tema: descrivi un ebreo. Svolgimento: «Gli ebrei sono subdoli e codardi. Il tradimento e la slealtà sono caratteristiche distintive e a loro bisogna stare attenti». Compito a casa: scrivi che cosa fecero gli arabi alla nascita d’Israele. Eseguo: «La versione araba sostiene che la maggior parte dei rifugiati sono stati espulsi con la forza nel 1948, ma è ormai comunemente accettato che la maggior parte dei profughi sono fuggiti». E chi è un personaggio che ammiri? «La nostra storia palestinese è piena dei nomi dei martiri che hanno sacrificato la loro vita per la loro patria: la martire Dalal Mughrabi ha condotto la lotta con disprezzo per la morte e ha innaffiato la Palestina col suo sangue puro» (Dalal Mughrabi era una terrorista che nel 1978 assaltò un bus e uccise 35 persone, compresi 13 bambini). Prova di geografia: «Rappresenta le aree rurali d’Israele. Raffigura in blu gli insediamenti ebraici, che distinguerai fra kibbutz e moshav, invece in rosso i villaggi che possiamo definire semplicemente arabi». Ancora: «Scrivi ai tuoi amici sei righe nelle quali spieghi il supremo valore della Jihad per Allah». Oppure: «La Torah e il Talmud sono falsi e il sionismo è un movimento razzista, che vuole spingere gli arabi fuori dalla Palestina»...
Sopire, negare, negare, sopire. E quando sali in cattedra, bavaglio e paraocchi. Ben prima della nostra cancel culture, cent’anni di conflitto arabo-israeliano han fatto macerie della storia e della geografia insegnate da generazioni di professori. «Pace, tolleranza e non discriminazione», raccomandano gli standard Unesco per i testi scolastici di tutto il mondo. Non qui: in Israele e in Palestina, è chiaro per chi suona la campanella del noi contro loro. Dove al nemico si nega perfino il diritto all’esistenza. Una ricerca del Dipartimento di Stato Usa, nel 2013, setacciò 3 mila libri scolastici in ebraico e in arabo, oltre che 640 manuali adottati fra Israele (492) e Palestina (148). Si scoprì che nei primi non veniva mai usata la parola «palestinese», a meno che non si parlasse di terroristi. Nei secondi, l’ebraismo era rappresentato come una superstizione popolare o poco più. Il peggio, la Shoah: dall’Iran alla Siria, il negazionismo è assoluto e sia Hamas, sia l’Autorità nazionale palestinese l’han sempre trattata al pari d’una leggenda. Una palla facile per estremisti come Avigdor Lieberman, che da vicepremier israeliano raccomandava alle scuole d’appendere la famosa foto del leader palestinese Amin al-Husseini con Adolf Hitler. Solo gli Emirati, dopo gli Accordi di Abramo, hanno inserito l’Olocausto nei programmi scolastici: una mossa pionieristica che nessun altro Paese arabo ha seguito.
Si sa che lo stereotipo è il modo più rapido per demonizzare l’avversario, e l’ultima squilla viene dall’Unione europea, quest’anno intervenuta sui volumi destinati dall’Anp agli studenti di Gaza – quando si riesce a destinarli – e della Cisgiordania. Forse non era proprio una priorità ma la Ue, in altre questioni spesso titubante, stavolta è perentoria nel rivedere il 30% dei testi d’arabo, di matematica, di storia, di geografia e d’educazione civica, imponendo almeno 300 modifiche. Via un termine come «Nakba», la Catastrofe che nel ’48 costrinse 800 mila palestinesi ad andarsene: troppo controverso. E «profughi»: troppo politico. Vietato denigrare il sionismo e pure raccontare che Giaffa una volta era araba, che Gerusalemme potrebbe essere capitale anche della Palestina, che nelle carceri israeliane si fa lo sciopero della fame. L’Anp è scontato che obbedirà: ci sono in ballo gli stipendi di migliaia di prof palestinesi, pagati dall’Ue, e nessuno vuole rivivere l’esperienza del 2021, quando le correzioni non furono apportate e i fondi europei rimasero congelati. Gl’insegnanti si rassegnino, alla protesta provvederanno gli studenti: nei campi profughi in Libano, scoperta la censura dell’Ue perfino sulla parola «Palestina», dal fuoco ai copertoni s’è già passati al Fahrehneit dei libri.
Dall’altra parte del Muro, la matita blu vola anche sui libri scolastici israeliani. La spesa per l’istruzione d’un bambino ebreo è sei volte quella riservata a un piccolo palestinese, ma la propaganda nei libri talvolta è anche più evidente. Nurit Peled-Elhanan, semiologa della Hebrew University di Gerusalemme, osserva come la faziosità spicchi già dalle immagini che accompagnano i testi: il palestinese è regolarmente raffigurato come un contadino arretrato, quasi sempre con una tunica e su un cammello, e non ne compaiono mai che facciano i medici o gli ingegneri. «Sono tutti primitivi Alì Baba. Delle caricature. E potenzialmente, dei terroristi». Anche i confini dello Stato d’Israele, sono quasi sempre quelli biblici definiti dalle antiche tribù. E i check-point ? «Rassicuranti luoghi dove i soldati bevono tè». È una vecchia battaglia di Bibi Netanyahu: appena tornò al governo, sigillò tutte le aperture del laburista Ehud Olmert – che aveva finalmente concesso agl’insegnanti israeliani di spiegare concetti come la Nakba – e avvertì che era «inconcepibile parlare della fondazione d’Israele come d’una catastrofe». La Palestina? Oggi si chiama solo Giudea e Samaria. L’occupazione in Cisgiordania e a Gerusalemme Est? Un testo d’educazione civica per le superiori la chiama una «disputa». E i territori del 1967, secondo la comunità internazionale presi illegalmente, è meglio definirli «contesi», meglio ancora se «liberati».
Non solo libri. Il 7 Ottobre e la mattanza di Gaza hanno narrazioni opposte e inconciliabili. I libri scolastici non sono ancora aggiornati, ma c’è solo da aspettare. I pomeriggi d’un bel po’ d’anni fa, prima che la bombardassero gl’israeliani, la tv di Hamas mandava in onda una tv dei ragazzi («Pionieri del futuro») che aveva come protagonista il Coniglio Assud, un pupazzone biancorosa. I bambini l’ascoltavano su spassosi temi del genere «come ammazzare un ebreo e mangiarselo». Un giorno Assud comparve sdraiato in un letto d’ospedale: «Cari bimbi, il nemico sionista è infido, ma io mai avrei pensato di diventare un martire...», disse prima d’esalare l’ultimo respiro, ovviamente felice del paradiso già conquistato. Ai bambini israeliani spesso va meglio, perché il sistema d’insegnamento è migliore, ma non sempre. In una scuola di Holon, durante l’ultima guerra nella Striscia, una mattina s’è presentato un militare dell’Israel Defense Force a spiegare nei dettagli come procedevano i combattimenti. Compreso quel giorno in cui si era fatto riprendere, mentre piazzava l’esplosivo dentro una moschea e finiva pure lui nell’elenco dei processabili all’Aja per crimini di guerra. Domanda dei ragazzi: perché aveva demolito quel luogo di culto? Perché «l’islam è una minaccia» e insomma è risaputo: «C’è un lavoro sporco che qualcuno deve pur fare».