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 2026  marzo 29 Domenica calendario

La sociologia classica della religione

Cosa farebbe uno scienziato sociale se, come Austin Powers, venisse riportato alla vita dopo essere stato ibernato per più di mezzo secolo? Non è credibile che si dedichi, come Austin Powers, a recuperare il suo Mojo. Probabilmente, si recherebbe invece a far visita al suo dipartimento per vedere cosa sia successo nel frattempo (magari nella vana speranza che qualcuno si sia accorto della sua assenza).
Se questo succedesse, lo scienziato sociale risvegliato si accorgerebbe sicuramente di due grandi differenze. I suoi nuovi colleghi, almeno quelli sotto i 60, non ritengono più necessario conoscere gli autori classici (Pareto, Durkheim, Weber, Simmel e chi ne ha più ne metta). Vivono benissimo senza sentire neanche più il bisogno di fingere di conoscerli. La seconda è che pochi, pochissimi, di loro si occupano di religione o ne tengono conto nelle loro analisi, quando questo era a metà degli anni 60 uno dei temi centrali della ricerca (quasi il 10% delle pubblicazioni delle scienze sociali italiane era dedicata a tematiche religiose).
La tentazione di interrogare i colleghi su queste novità sarebbe probabilmente irresistibile. Col risultato di ricevere risposte stizzite. Quale scienziato si preoccupa di cosa pensavano i fondatori della propria disciplina? Come potrebbero i loro scritti, pubblicati un secolo fa, contribuire alla conoscenza della società contemporanea? Forse non sa che solo il 3% dei giovani inglesi si reca in chiesa regolarmente? Che in tutti i Paesi europei le chiese sono pressoché vuote e le vocazioni scarseggiano? Perché dovrebbero occuparsi di un fenomeno così residuale? Non è sufficiente includere la religione in una generica lista dei fattori culturali?
Questo senso comune disciplinare è così radicato da poter essere sfidato ormai solo da studiosi esterni alla corporazione. Come Kwame Anthony Appiah, che non a caso è un filosofo. Il suo ultimo libro rivendica l’importanza contemporanea delle riflessioni sociologiche classiche e il carattere costitutivo della religione. Più precisamente, Appiah sostiene che le prime sono rilevanti proprio perché considerano sociale e religioso inestricabilmente intrecciati, impossibili da pensare separatamente. Mica ceci.
Appiah può permettersi una tesi così inattuale. Figlio di un diplomatico Asante (discendente di un famoso guerriero del Ghana precoloniale) e di una storica dell’arte (pronipote di Beatrice Webb), è nato in Inghilterra, cresciuto in Ghana, e ha insegnato in quasi tutte le principali università del pianeta. È l’autore di contributi importanti in diversi campi, tra i quali la semantica probabilistica, i rapporti tra conoscenza empirica e riflessione etica, le basi intellettuali del liberalismo. Alle competenze accademiche, Appiah aggiunge l’esperienza pratica: cresciuto anglicano (ma anche Asante), pratica la meditazione trascendentale e interagisce quotidianamente con parenti musulmani e suoceri ebrei. Difficile ignorare l’importanza della perdurante dimensione religiosa della vita. Autore di alcuni romanzi e titolare di una rubrica sul «The New York Times», è in grado di scrivere in modo chiaro e piacevole persino quando deve affrontare temi complicati.
Perché un autore di questo tipo sente il bisogno di riscoprire la sociologia classica della religione – che poi è la sociologia classica tout court – nonostante i discendenti diretti l’abbiano invece praticamente dimenticata? Perché ritiene che questa continui a offrire un’alternativa intellettuale valida a molte visioni riduttive della religione.
Appiah inizia la sua analisi ricordando che la religione, come noi la conosciamo, è una categoria piuttosto recente. Per ampia parte della storia umana, una categoria che trattasse come funzionalmente equivalenti sistemi di credenze e di pratiche relative al sacro diverse sarebbe stata considerata non tanto sbagliata quanto blasfema. Solo nella modernità europea – per effetto della riforma, delle conquiste geografiche e della scienza – si è cominciato a parlare di «religione» come qualcosa di diverso dalla verità di una singola tradizione religiosa. Cosa che naturalmente implicava, e la cosa probabilmente non dispiaceva, la fine di qualunque superiorità o inevitabilità della visione cristiana (e particolarmente cattolica). Un approccio successivamente generalizzato per mettere in dubbio gli orientamenti trascendenti in generale: lo studio del record etnografico – la comparazione di una grande varietà di credenze e pratiche esistenti sul pianeta – serviva a dimostrare come la religione fosse una risposta ad esigenze psicologiche oppure una forma primitiva e inesatta di conoscenza scientifica oppure, come per Marx, l’oppio dei popoli. In tutti i casi, la religione aveva un grande passato e uno scarno futuro.
È a questo punto che, nella ricostruzione di Appiah (sostenuta da 54 pagine di note), è emersa un’alternativa: la sociologia (classica). I tre autori considerati – Durkheim, Simmel e Weber – erano molto diversi, se non addirittura ostili, tra loro. Nessuno di loro particolarmente sensibile alle ragioni di una specifica fede. Eppure, secondo Appiah, erano accumunati dal vedere sociale e religioso come due facce della stessa medaglia. Dall’essere fermamente convinti che non sia possibile una società senza che questa produca, e al tempo stesso richieda, un’ambiente di significati trascendenti.
È una posizione che oggi a molti scienziati sociali non sembra più convincente. Almeno in superficie. Perché la tesi forse più originale di Appiah è che i quadri concettuali elaborati dalla sociologia classica continuino ad irritare e sfidare, anche se quasi sempre inconsapevolmente, molte teorie sociali contemporanee. Incluso le recentissime ricerche delle scienze cognitive. Forse nella vita intellettuale, come in quella religiosa, nulla muore per sempre.