La Stampa, 1 aprile 2026
Intervista ad Anna Maria Tarantola
Aveva poco più di 16 anni quando un lontano zio, durante un pranzo di famiglia, le chiese se, visto che era «così brava», da grande volesse fare «la segretaria di un capo». «Zio», gli replicò lei sorridendo, «veramente io vorrei fare il capo». Non scherzava. Anna Maria Tarantola ha trascorso più di quarant’anni alla Banca d’Italia, divenendo la prima vicedirettrice generale, per poi presiedere dal 2012 al 2015 la Rai. Quella determinazione, oggi, non sembra mitigata: «Quando faccio qualcosa mi ci dedico completamente», dice seduta nel salotto di casa, a Milano, dove abita da più di mezzo secolo.
Sulla carta di identità, alla voce nascita, c’è scritto Casalpusterlengo.
«Più precisamente Zorlesco, una frazione nel Lodigiano. Papà era il penultimo figlio di una famiglia di piccoli possidenti. Entrò in Marina, poi sposò mia madre, persero una bimba per una meningite. E nel ’45 arrivai io».
L’infanzia?
«Serena, molto coccolata: unica nipote di tanti zii. Fino a quando mio padre fu assunto alla Snam: ci trasferimmo a Metanopoli, alle porte di Milano, quando fu ultimato il primo grande caseggiato. Venti famiglie, sei bambini: per andare a scuola facevamo due chilometri nei campi mano nella mano».
Le è sempre piaciuto studiare?
«Sì. Ero curiosa, e un po’ secchiona. Collaudai un metodo che non ho più abbandonato: studiavo il giorno prima ciò che la maestra avrebbe spiegato, così la lezione era un ripasso».
Perché all’università scelse Economia?
«Avendo fatto Ragioneria, all’epoca potevo fare solo quello o Lingue. I miei mi sostennero, ma a due condizioni: ottenere le borse di studio e finire in quattro anni».
Ci riuscì?
«Sì».
Pleonastico chiederle il voto.
«Centodieci e lode. Quando il mio professore, Luigi Frey, mi propose di perfezionare gli studi in Inghilterra, papà si presentò a casa sua chiedendogli: “Che progetti ha su mia figlia?”. Dopo tanti sacrifici, voleva che avessi stipendio fisso e assistenza sanitaria».
Lo convinse: partì per la London School of Economics.
«Fu lì che imparai a non avere timore di esprimere il mio parere e a essere in grado di sostenerlo: due cose a cui l’università italiana di allora non ti abituava».
Come entrò in Banca d’Italia?
«Assunta grazie a una borsa di studio. Il primo incarico fu all’ufficio vigilanza della sede di Milano: è lì che conobbi mio marito Carlo».
Era il ’71. Tre anni dopo la Vigilanza si occupò della liquidazione della Banca Privata Italiana di Sindona.
«Nello stesso periodo mio marito era il liquidatore del Banco di Milano, indirettamente collegato al faccendiere siciliano».
Conobbe il commissario Giorgio Ambrosoli?
«Certo. Finivano entrambi tardissimo la sera, così qualche volta Giorgio restava a cena da noi. Dietro quell’aria austera, era ironico e di un’umanità straordinaria».
Come scopriste del suo assassinio?
«Carlo lo sentì alla radio mentre si faceva la barba: è stato sempre un uomo forte, ma lì lo vidi barcollare».
Suo marito si sentì mai a rischio?
«Qualche segnale era arrivato, ma il suo ruolo in quella vicenda era meno centrale».
In quegli anni, di donne con incarichi direttivi se ne vedevano poche. In banca c’erano pregiudizi?
«La diffidenza maschile era temperata da una certa curiosità per il mio percorso. E poi ciò che mi aiutò era che fino al grado di dirigente le promozioni in Bankitalia arrivavano per esame anonimo. Il problema si pose anni dopo».
Quando?
«A fine anni ’90. Si era liberato l’incarico di responsabile della direzione di vigilanza di Milano e io ero uno dei condirettori: visti profilo e risultati, pensavo di essere in lizza. Quando scoprii che non c’ero, mi arrabbiai. Passai due notti insonni, poi mi decisi: andai dal responsabile chiedendogli se fossi tra i candidati».
La sua reazione?
«Mi guardò stupito: “Ma perché, ti interessa? Sei già condirettrice"».
Venne scelta.
«Sì. Ma se non avessi avuto il coraggio di dire “sono qui”, non mi avrebbero nemmeno valutata. Ecco perché sono favorevole alle quote di genere: in economia si chiama “azione di forza”, serve quando non ti viene data la possibilità di partecipare».
Oggi a che punto siamo?
«Si è fatto molto, ma non abbastanza. L’uguaglianza è avere tutti un paio di scarpe; l’equità è darne a ciascuno quelle giuste».
Cosa manca?
«Tanto. Più lavoro di qualità, possibilità di carriera e uguali remunerazioni. E poi: più servizi, a cominciare dagli asili. E ancora: decisioni razionali, anche sugli orari. Se fissi riunioni alle 18, penalizzi le donne: perché ancora oggi il 72% del lavoro di cura grava su di noi».
Nel suo caso cosa l’ha aiutata?
«L’impegno, ma anche il contesto: un marito che mi ha sempre sostenuto, dei genitori in salute e disponibili con le nostre due figlie. Senza, sarebbe stato molto più difficile».
In Banca d’Italia arrivò fino all’incarico di vicedirettrice generale, negli anni del mandato Draghi.
«Una persona di grande lucidità, con una rapidità incredibile nel cogliere l’essenziale».
Dopo che Draghi andò alla Bce, il suo nome circolò come suo possibile successore. Finì invece alla presidenza della Rai.
«Quando il premier Monti mi chiamò dissi: “Non so niente di tv”. E lui: “Ma ha una grande competenza in materia organizzativa: conveniamo tutti che sia il profilo adatto"».
Chi c’era tra quei tutti?
«Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Anni prima, quando lo conobbi, si incuriosì appena seppe che mi ero laureata con una tesi sull’economia keynesiana; ogni tanto capitava che ci confrontassimo».
Carlo Freccero commentò: «È come nominare un romanziere presidente di un istituto di fisica nucleare».
«E difatti i primi mesi li passai a conoscere e a studiare: norme, persone, organigramma. Quando ci insediammo con il direttore generale Luigi Gubitosi, la Rai perdeva 250 milioni l’anno; quando ce ne andammo, era tornata in utile di 50».
Da presidente diede lo stop a Miss Italia.
«Non fu una mia proposta, ma ero favorevole. Dare evidenza alla sola bellezza femminile senza sottolineare i talenti non ha senso. La direzione, specie per un servizio pubblico, deve essere un’altra: contano le capacità, anche per cambiare una cultura di stampo patriarcale».
Di inclusione e lotta alla violenza di genere continua a occuparsi come vicepresidente della fondazione Giulia Cecchettin.
«Temi di cui si parla tanto ma per cui si fa ancora troppo poco. Le forme di violenza sono molteplici: fisica e sessuale, ma anche economica, psicologica, del linguaggio e digitale. Richiedono prima di tutto un intervento culturale: a partire, ad esempio, dalla formazione degli insegnanti delle scuole elementari, perché è lì che si costruisce il modo in cui vivremo domani».