la Repubblica, 1 aprile 2026
Iran, la Nobel Mohammadi ha avuto un infarto in carcere
La donna che gli avvocati si sono trovati di fronte il 29 marzo quasi «non sembrava» Narges Mohammadi, l’indomita Nobel per la pace iraniana rinchiusa nel carcere di Zanjan, nel nordovest dell’Iran, da 109 giorni, dopo un «arresto violento» che le ha lasciato ferite sul corpo e sulla testa. Il 24 marzo ha avuto un malore molto serio, con «molta probabilità un infarto», secondo la diagnosi fatta anche dal medico generico responsabile delle detenute. Sta «molto male, ci sono rischi per la sua vita», racconta a Repubblica una delle collaboratrici di Mohammadi, che per ragioni di sicurezza non vuole rivelare la sua identità.
Gli avvocati Mostafa Nili e Shadi Halimi sono riusciti a vederla dopo lunghi controlli di sicurezza e un viaggio al limite del rischioso, guidando per oltre tre ore da Teheran a Zanjan mentre intorno cadevano le bombe israeliane e americane. All’arrivo, si sono trovati fronte a una scena «profondamente preoccupante»: Mohammadi faticava a camminare, è stata accompagnata nella sala degli incontri da un’infermiera che la sorreggeva a braccio. Cinque giorni prima, mentre era sdraiata sul letto nel reparto femminile del penitenziario, unica prigioniera politica tra detenute comuni, «ha perso completamente conoscenza, gli occhi le si sono rovesciati all’indietro e ha smesso di sentire», denuncia la fondazione a lei dedicata e gestita dalla famiglia che vive in esilio a Parigi. «Questo stato, accompagnato da mani fredde e intorpidimento del corpo, è durato circa un’ora e quindici minuti».
Un’infermiera del carcere, che era entrata casualmente nel reparto per distribuire farmaci, «l’ha trovata priva di sensi. Con l’aiuto delle compagne di cella, l’ha avvolta in una coperta e portata nell’infermeria». Quando il 29 marzo ha incontrato gli avvocati, era debolissima, camminava a stento. «Ha perso molto peso ed era pallida». Parlava poco, ha raccontato di avere continui mal di testa, nausea, problemi alla vista in entrambi gli occhi. «Sul suo corpo sono ancora visibili i segni delle ecchimosi, a dimostrazione dell’intensità della violenza subita durante la detenzione», spiega la collaboratrice.
Prigioniera due volte Mohammadi: del sistema a cui si è sempre opposta, e della guerra, come migliaia di detenuti politici e comuni rinchiusi nelle carceri iraniane. Anche la Nobel ha detto di aver sentito forti esplosioni a poca distanza dal penitenziario. «Bombe fuori e oppressione dentro: è una situazione brutale. Essere in prigione è già abbastanza difficile, ma sentire anche le bombe che cadono dev’essere devastante», dice la collaboratrice. Gli avvocati e la famiglia chiedono la sua scarcerazione su cauzione, il trasferimento nella prigione di Evin, a Teheran, dov’è residente e dove, secondo la legge, dovrebbe essere detenuta e il ricovero all’ospedale Pars della capitale.
L’attivista soffre da tempo di problemi cardiaci e di pressione, fu operata al cuore nel 2022: «Nonostante questa emergenza medica e gli evidenti segni di un infarto, le autorità si sono rifiutate di trasferirla in ospedale o di consentirle di consultare uno specialista. La sua vita è in imminente pericolo, ha urgente bisogno di cure mediche», denuncia il Comitato per la liberazione di Narges che chiede il rilascio anche di tutti gli altri detenuti politici iraniani durante la guerra.
Mohammadi, 54 anni, è la tigre dell’attivismo per i diritti umani in Iran. Nella sua lunga storia di battaglie per la democrazia, contro la pena di morte, è stata arrestata decine di volte, accumulando condanne per decenni. Anche dietro le sbarre non ha mai taciuto, ha scritto libri contro la tortura bianca, denunciato le violenze contro le detenute. A dicembre del 2024 fu rilasciata per problemi di salute, e aveva subito ripreso la lotta. A giungo si schierò contro la guerra israeliano-americana, ma senza rinunciare alla sua tenace opposizione alla Repubblica islamica. È stata arrestata di nuovo a metà dicembre del 2025, mentre partecipava a un sit-in ricordo di un attivista morto in circostanze non chiare, pochi giorni prima che scoppiassero le proteste in tutto il paese.