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 2026  marzo 31 Martedì calendario

Lombardia, un bovino o suino ogni due abitanti

La Lombardia è la regione che in Italia vanta il maggior numero di capi bovini (1.515.679) e suini (3.730.683), che rappresentano rispettivamente il 28,44% e il 47,23% di tutti i capi di queste due specie allevati nel nostro Paese. Un totale di 5.246.362 animali, praticamente uno ogni due abitanti. Le aziende che li allevano sono dislocate soprattutto nelle province di Mantova, Cremona e Brescia. Ma questa concentrazione – che  per i bovini corrisponde a quattro volte la media nazionale, mentre lo è sei volte per i suini - portano ad un superamento del carico di azoto nel terreno, che si ritrova saturo e non è più in grado di assorbire i reflui come fertilizzante naturale. Lo spargimento di letame, che un tempo rappresentava una buona pratica di concimazione, nelle attuali quantità rischia di compromettere la salute del suolo e dell’aria, oltre che di esporre l’Italia a sanzioni europee per la violazione della Direttiva Nitrati. 
È questo uno degli elementi che emergono dal rapporto «Allevamenti intensivi in Lombardia, anatomia di un eccesso» realizzato dal centro  ricerche Està su incarico di Legambiente, Essere Animali e Terra! nell’ambito della co-progettazione Agrieco 2.0 sostenuta da Fondazione Cariplo. 

Lo studio evidenzia come il gran numero di capi allevati in modo intensivo comporti conseguenze dirette sull’inquinamento atmosferico e del terreno e sia anche concausa della chiusura delle piccole aziende, schiacciate dalla concorrenza delle imprese di grandi dimensioni che possono fare economia di scala, scaricando però sul territorio gli effetti negativi che la produzione intensiva comporta.  
Secondo il rapporto, tra il 2014 e il 2021 le emissioni di anidride carbonica equivalente generate dagli allevamenti lombardi hanno registrato un incremento del 2,5%. E oltre la metà dei comuni della Pianura Padana, per l’esattezza 402, il carico di azoto derivante dai reflui zootecnici eccede il fabbisogno delle colture. Questo surplus ha impatto sulla qualità dell’aria, per effetto del rilascio di enormi quantità di ammoniaca gassosa, che è tra i precursori della formazione di polveri sottili (combinandosi con altri inquinanti come ossido di azoto e zolfo si trasforma in smog). I gas serra ristagnano nelle zone di pianura e fanno dell’area padana una delle più compromesse in Europa, per questo tipo di inquinanti. Dal terreno, inoltre, l’azoto si trasferisce alle acque superficiali e di profondità, compromettendone la qualità. 
Lo studio, che si sviluppa in 80 pagine di dati, analisi e considerazioni, evidenzia anche la vulnerabilità della Lombardia agli choc dei mercati della mangimistica, avendo un tasso di autosufficienza che non va oltre il 25% per il mais e il 13% per la soia, ingredienti di base delle preparazioni industriali. I capi che non escono mai dalle stalle, anche nel caso dei bovini che sarebbero ruminanti e la cui alimentazione in natura sarebbe a base di erbe e piante, vengono nutriti necessariamente a mangimi il cui costo è una delle principali voci di uscita nei bilanci delle aziende agricole. Ed è soggetto a potenziali oscillazioni, essendo perlopiù importato dall’estero, soprattutto in periodi caratterizzati da forti turbolenze geo-politiche, come quello che stiamo vivendo. 
Allevamenti di dimensioni minori e organizzati sui principi dell’agroecologia – in particolare con la creazione di filiere sostenibili che comprendano la produzione cerealicola e di foraggio e l’allevamento integrati tra loro, con un’attenzione maggiore al benessere degli animali – permetterebbero di affrontare più agevolmente tutti questi problemi. 
La transizione verso questi sistemi, che poi sarebbe un ritorno alla  tradizione, spesso evocata nella comunicazione e nel marketing ma di fatto in molti casi del tutto abbandonata nella realtà, dovrebbe per questo motivo essere una priorità delle istituzioni, che dovrebbero mettere a disposizione sussidi che portino al ritorno al pascolo, a coltivazioni basate sulle rotazioni stagionali e non sull’uso massiccio di fertilizzanti chimici, alla riscoperta di razze rustiche più resilienti e adattabili ai diversi territori. E ricorrendo a foraggi del territorio, invece che a cibo standardizzato, che renderebbero l’alimentazione degli animali più sana e sostenibile, oltre che specifica, con conseguente caratterizzazione anche del prodotto finale. Il tutto approfittando dell’ampio consenso che negli ultimi anni stanno riscuotendo diete basate su una riduzione dei consumi di origine animale. In sintesi, dicono gli autori della ricerca, meno è meglio da ogni punto di vista. 
«In questo contesto il benessere animale gioca un ruolo fondamentale – fa notare Chiara Caprio, responsabile relazioni istituzionali di Essere Animali -: alzare gli standard di vita dei capi allevati, partendo dalla riduzione del loro numero e della loro concentrazione, significa garantire condizioni di sviluppo più salubri e di qualità. E in questo un ruolo fondamentale potrebbero averlo i consorzi Dop, che ad oggi non prevedono misure di questo genere nei loro disciplinari». «Il sistema degli allevamenti intensivi – aggiunge Federica Ferrario, responsabile Campagne di Terra! – è un fallimento a tutti i livelli: sanitario, ambientale, animale ed economico. La Lombardia è il simbolo delle contraddizioni di questo modello e la regione che ne sta più soffrendo». «Nel sistema agroalimentare italiano – dice poi Damiano Di Simine di Legambiente Lombardia – serve una strategia che punti alla diversificazione e alla qualificazione di produzioni basate sul territorio, anziché scommettere sull’aumento delle rese  e prodotti sempre più standardizzati. Così si valorizzerebbe il ruolo dei singoli produttori nella filiera, anche e soprattutto quelli di piccole dimensioni o che operano nelle aree più fragili».