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 2026  aprile 01 Mercoledì calendario

Iran, i leader dell’Unione evitano il coinvolgimento

Più gli alleati europei ripetono che «non è la nostra guerra» limitando l’uso delle basi e il sorvolo degli aerei americani, più i rapporti con gli Stati Uniti si deteriorano. Lunedì l’annuncio del premier spagnolo Pedro Sánchez, che ha confermato la chiusura dello spazio aereo a tutti i velivoli Usa impegnati nel conflitto in Iran; ieri la decisione dell’Italia su Sigonella, e un’analoga presa di posizione della Francia che ha negato il sorvolo del proprio territorio ad aerei americani carichi di armi destinate a Israele.
Donald Trump ha quindi attaccato duramente Parigi: «La Francia si è dimostrata molto poco cooperativa riguardo al “macellaio iraniano”, che è stato eliminato con successo – ha scritto il presidente americano, come di consueto su Truth Social —. Ce ne ricorderemo!». Qualche ora dopo fonti dell’Eliseo hanno replicato mostrando «stupore» per il messaggio di Trump: «Confermiamo questa decisione che è coerente con la posizione francese dall’inizio del conflitto. La Francia non ha cambiato idea, dal primo giorno».
A differenza della Spagna, la Francia non ha mai dichiarato pubblicamente un divieto di sorvolo del proprio territorio, pur prendendo da subito le distanze dall’intervento nel Golfo. All’inizio di marzo Parigi ha autorizzato alcuni aerei di rifornimento americani ad atterrare nelle basi francesi di Istres e Avord, dopo avere ottenuto la garanzia che non partecipavano alla guerra in Iran. La linea dell’Eliseo sembra vicina alla posizione italiana, più che a quella spagnola: non un divieto assoluto, ma una valutazione caso per caso, in funzione della missione specifica dell’aereo. Se il premier spagnolo Sánchez cavalca politicamente la questione per dissociarsi nel modo più evidente possibile da Usa e Israele, gli altri alleati Nato sembrano più discreti.
In ogni caso, Israele ha annunciato la sospensione di tutti gli acquisti di armamenti dalla Francia. Secondo la rete israeliana 12 il governo di Netanyahu intende ormai privilegiare i contratti con i Paesi considerati «amici», tra i quali non rientra la Francia, che peraltro nel settembre scorso è stata all’origine del riconoscimento dello Stato palestinese da parte di molti Paesi occidentali.
Con quel «ce ne ricorderemo» Trump ieri ha minacciato in particolare la Francia, ma qualche ora prima se l’era presa con il Regno Unito e in generale gli europei che soffrono per il blocco dello stretto di Hormuz e il rincaro del petrolio: «Ho un suggerimento: innanzitutto, comprate il petrolio negli Stati Uniti, ne abbiamo in abbondanza; in secondo luogo, fatevi coraggio, andate nello Stretto e prendetevelo. Dovrete imparare a difendervi da soli, gli Stati Uniti non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non ci avete aiutato». Quest’ultima frase è da mettere in relazione all’ipotesi, rilanciata dal Wall Street Journal, che Trump stia rinunciando a riaprire lo stretto per chiudere l’intervento nel Golfo il prima possibile.
La linea americana è per lo meno ondivaga quanto agli obiettivi e alla durata della guerra, ma un risultato sembra essere già raggiunto: una crisi della Nato mai così profonda. Mentre il segretario di Stato americano Marco Rubio dice ad Al Jazeera che «nella Nato tutto va riesaminato», il Regno Unito invia altri aiuti militari ad Arabia saudita, Bahrain, Kuwait e Qatar ma per una esclusiva «missione difensiva»: «non saremo trascinati in questa guerra», ha ripetuto lunedì il premier Starmer. Il re Carlo ha infine accettato ieri l’invito di Trump ai solenni festeggiamenti per i 250 anni dell’indipendenza Usa, ma le proteste di tanti deputati britannici confermano che a traballare è anche la «relazione speciale» transatlantica, un tempo pilastro della Nato.