Avvenire, 31 marzo 2026
Uno «sconosciuto» agita il realismo di Pontoppidan
Henrik Pontoppidan, premio Nobel nel 1917 insieme a Karl Adolph Gjellerup, nasce a Fredericia in Danimarca il 24 luglio 1857. La generazione, per intenderci, di Joseph Conrad, del musicista Ruggero Leoncavallo, dello psicologo e pedagogo Alfred Binet, del fisico Heinrich Rudolf Hertz, del socialista Filippo Turati, di Papa Pio IX, del ventisettesimo Presidente degli Stati Uniti William Howard Taft, tutti nati nel suo stesso anno. Uomini d’un conclamato Ottocento, certamente, ma tutti capaci di lasciare un segno per il (e nel) secolo che verrà. Pontoppidan trascorre l’infanzia a Randers, una città di provincia dello Jutland Centrale, perché suo padre era stato lì chiamato ad assolvere la propria missione di pastore luterano. Una giovinezza turbolenta: riluttante studente di Scienze naturali e Ingegneria al Politecnico di Copenaghen, si dà però al giornalismo. Nel 1880 viene addirittura processato per blasfemia: fatto che non gli impedirà di diventare prima insegnante in una università popolare, poi celebrato teologo, infine scrittore di grande successo, ad assecondare il desiderio antico e mai dismesso di vivere a contatto diretto con la natura, lontano dai ritmi faticosi della città. Il suo esordio data al 1881 con i racconti di Ali tarpate: quando in Italia Giovanni Verga pubblica I Malavoglia. Non è, questa, una coincidenza casuale. Si tratta, infatti, proprio dell’anno in cui Émile Zola stampa la raccolta di articoli intitolata Une Campagne 1880-1881, che avrà un ruolo cruciale per la definizione del nascente Naturalismo.
Al primo libro seguiranno Immagini di paese (1883) e Dalle capanne (1887), che, in ossequio ai dettami di quel movimento arrivato dalla Francia (fondamentale la mediazione critica del connazionale Georg Brandes), rispondono a un bisogno di denuncia delle condizioni in cui si trovavano a vivere i contadini danesi. Pontoppidan diventa così, da subito, il cronista socio-antropologico impegnato a certificare nei suoi anni i profondi cambiamenti della Danimarca, sempre in bilico tra tradizione e modernizzazione (anche politica e sindacale), resistenza del mondo rurale ed entusiastica urbanizzazione. Alla fine del secolo Pontoppidan approda al romanzo con la trilogia intitolata La terra promessa (1892-95). Appare subito evidente anche il risvolto autobiografico di queste pagine, se è vero che – come si legge nella Storia delle letterature scandinave (2019) curata per Iperborea da Massimo Ciaravolo – disegnano «la parabola di un intellettuale, Emanuel, un pastore colto di origine urbana e borghese che decide di vivere a contatto con il popolo delle campagne, diventa insegnante in un’università popolare grundtvigiana, scopre la dignità dei contadini, sostiene il loro bisogno di emancipazione e si converte al lavoro della terra, sposando anche una ragazza di un villaggio». Osserviamo soltanto che l’epilogo non sarà un lieto fine: il giovane pastore cercherà invano tra quella gente rustica la sua «terra promessa», ma ne sarà respinto con durezza, trovandosi costretto a ritornare nella città d’origine, sprofondando incompreso in una solitudine sempre più dolorosa, col risultato che la sua mistica esaltazione, ormai senza più controllo, lo condurrà alla follia. Dicevamo: La terra promessa e il mito della Natura come rifugio, al riparo dalle lacerazioni e dall’angoscia d’una vita di città sempre più frenetica e alienata. Era stato l’americano Henry David Thoreau (1817), infatti, a darcene tempestivamente la più coerente formulazione, quando, a ventotto anni, si era ritirato sulle rive del lago Walden in una capanna, dove aveva vissuto due anni, due mesi e due giorni, alla ricerca d’una vita più autentica e più vera, ricavandone un diario poi pubblicato nel 1854 col titolo Walden ovvero Vita nei boschi. Un tema cruciale, questo, nella letteratura del grande Nord, non di rado legato a discorsi tradizionalisti di resistenza identitaria: basterebbe pensare al norvegese Knut Hamsun (1859), all’islandese Halldór Laxness (1902), alla svedese Kerstin Ekman (1933), tutti ampiamente presenti nel catalogo di Iperborea. Ma torniamo a Pontoppidan. Il grande successo della trilogia viene addirittura amplificato da Pierino il fortunato, pubblicato a puntate tra il 1898 e il 1904, a confermare per altro la sua dimensione «epica»: un nuovo e grandioso affresco dei cambiamenti sociali e culturali della Danimarca dell’epoca. Impegno di testimonianza, il suo, che continuerà con Il regno dei morti (1912-16) e Il Paradiso dell’uomo (1927), ove, virata ormai al nero, la patria – prima e dopo la Grande guerra – ci appare in mano a uomini di gretto materialismo e senza ideali. È il Novecento conclamato: quello della crisi di tutti i valori. Ma fermiamoci al 1908: quando arriva in libreria L’ospite regale oggi proposto da Iperborea (pagine 128, euro 16,00) nella traduzione di Fulvio Ferrari (che cura anche l’illuminante postfazione), chissà se primo libro d’una serie che speriamo lunga. Qui Pontoppidan si rivela, oltre che antropologo sociale, anche scrittore capace di atmosfere da thriller psicologico, che – ricorda Ferrari – seppe persino guadagnarsi l’ammirazione di Lukács e Thomas Mann. Tutto comincia, infatti, quando irrompe nella vita d’una famiglia apparentemente serena (il medico Arnold, la moglie Emmy e tre bambini) uno «sconosciuto»: «Mi chiami “principe Carnevale”». Non sapremo di più: «Era un uomo di altezza media, sulla cinquantina, con una corona di riccioli bruni un po’ ingrigiti intorno a una fronte stempiata». E poi «Era vestito con molta eleganza, con una lunga giacca nera dai grandi risvolti di seta. Un uomo che, nonostante la mole insolita, non appariva ridicolo né sgradevole. Un uomo distinto». Ecco: «A ben guardare, un uomo piuttosto bello, dall’aspetto sano e vigoroso, con occhi vivaci e una bocca giovanile, dai denti bianchi». Ferrari scrive che nel romanzo «lo sconosciuto apre una crepa nella levigata superficie della vita matrimoniale di Emmy e Arnold», sicché là «dove regnava una serena rassegnazione (…) alla rinuncia si insinua ora la consapevolezza che gli impulsi verso una realtà diversa sono insopprimibili». Un’intromissione nella vita coniugale altrui che avrà inimmaginabili conseguenze.
Aggiungiamo solo, senza dire altro, che quello di Arnold, che aveva avuto sempre «un’immagine idealizzata di sua moglie», sarà un amaro approdo: «Adesso che l’aureola era scomparsa era costretto a riconoscere la verità del detto secondo cui anche nel profondo del cuore della donna più innocente sonnecchia una serpe velenosa». Nonostante ciò, «c’erano momenti in cui il naufragio della sua felicità gli appariva quasi come una liberazione». Sicché la delusione mostrerà come rovescio una più lucida accettazione dei limiti della realtà. Resta da chiedersi chi veramente sia lo «sconosciuto». Per Ferrari la risposta sta nella trama biblica del romanzo, nella «riscrittura e reinterpretazione dell’antico mito della tentazione e della caduta». Chi giocherà il ruolo del serpente?