Avvenire, 31 marzo 2026
I detenuti si trasformano in cyber sceriffi
La sicurezza digitale affidata alle mani dei detenuti. Sembra un paradosso, ma non è altro che la sfida quotidiana portata avanti nel carcere di MilanoBollate, dove è stato allestito un pionieristico laboratorio tecnologico che rappresenta un caso quasi unico nel panorama penitenziario internazionale. I detenuti non si limitano infatti a partecipare a corsi di formazione informatica, ma lavorano su infrastrutture digitali reali, monitorando reti e contribuendo alla sicurezza informatica di aziende esterne. Il progetto Nic (acronimo di Network operations center in carcere), è nato dalla collaborazione tra Axians Italia, Cisco e la Cooperativa sociale Universo. L’iniziativa ha trasformato una sezione dell’istituto penitenziario in un vero hub operativo dove si svolgono attività tipiche dei centri di controllo delle reti.
Una vera e propria “crisis room” divisa in due: in una parte vengono monitorati la stabilità e il funzionamento delle reti internet, nell’altra si affrontano gli attacchi informatici e si compie l’analisi delle anomalie registrate sul fronte della sicurezza. I detenuti che entrano nel programma seguono un percorso formativo di circa un anno e mezzo e conseguono certificazioni professionali riconosciute a livello internazionale, che li trasforma in veri e propri esperti di cybersecurity. Terminata la fase teorica iniziano infatti a lavorare su sistemi veri e a gestire il traffico dati reale, intervenendo su segnalazioni e problemi tecnici che arrivano da aziende clienti. Proprio questo aspetto rende il modello di Bollate un caso di studio a livello globale. In molti Paesi esistono progetti che introducono la programmazione o la formazione digitale in carcere, ma di solito si tratta di attività simulate o di sviluppo software svolto in ambienti isolati e protetti (The Last Mile negli USA o Code 4000 in Gran Bretagna). Nel caso milanese, invece, i detenuti vigilano su infrastrutture di imprese esterne. Tutto molto reale insomma, nessuna esercitazione. I reclusi diventano “sceriffi” del Web. È un livello di fiducia raramente concesso in contesti di reclusione. Un modello che funziona, pienamente efficace e collaudato: il team lavora infatti con gli stessi standard richiesti ai tecnici che operano normalmente nel settore. I detenuti gestiscono ticket di assistenza, monitorano le reti in tempo reale e affrontano situazioni di emergenza o impreviste seguendo i protocolli previsti dai Service Level Agreement, gli accordi di servizio che regolano i tempi di intervento nel settore IT. Oggi la struttura, che conta su 12 nuove figure altamente specializzate, gestisce turni e volumi di lavoro degni di una media azienda del settore. Al progetto partecipano anche ex detenuti, che continuano a collaborare anche una volta tornati in libertà. “Mai avrei immaginato di poter trovare un’occasione di questo livello entrando in carcere – racconta un 30enne -. Se l’avessi incontrata prima, oggi non sarei qui”. Parole confermate da un dato significativo: tra gli esperti forgiati dal “Nic” il tasso di recidiva è pari a zero. «Questo percorso non si limita a fornire competenze tecniche, ma rende reale il dettato dell’Articolo 27 della nostra Costituzione, che vuole la pena come un percorso orientato alla rieducazione e al rispetto della dignità della persona – spiega Luca Moschini, responsabile del progetto per Axians Italia -. In questo hub, il lavoro non è un espediente per occupare il tempo, ma una leva di riscatto reale: i detenuti diventano professionisti che gestiscono infrastrutture reali e critiche di mercato, operando con gli stessi standard qualitativi e di fiducia del mercato esterno. Vedere persone che, attraverso la cybersecurity e il networking, ricostruiscono la propria identità sociale e professionale è la prova che l’eccellenza tecnologica può essere il motore di una giustizia riparativa».