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 2026  marzo 31 Martedì calendario

Il carteggio tra Bobbio e Valiani

Il Carteggio fra Norberto Bobbio e Leo Valiani (1954-1994), pubblicato da Giovanni Scirocco nelle edizioni Biblion (pagg. 200, euro 22), è di grande interesse per le notizie che ci fornisce sulla formazione culturale e politica delle due citate personalità. Soprattutto per quanto riguarda Bobbio (che nel secondo dopoguerra diventerà uno dei maître à penser della sinistra) il lettore attento troverà delle confessioni importanti. Il 20 aprile 1968 Bobbio scrisse a Valiani: “Come ti dissi, provenivo da una famiglia filo-fascista. Mio padre, medico che godeva di una certa notorietà in città, proveniente da una famiglia di piccola borghesia provinciale (di Alessandria) e intellettuale (suo padre direttore di scuole elementari, autore di libri di pedagogia), era convinto che Mussolini avesse salvato la patria. Le famiglie della media borghesia che frequentavano casa nostra erano tutte fasciste. I discorsi che sentivo fare la sera quando cominciai a partecipare alle conversazioni tra amici di famiglia (compii tredici anni pochi giorni prima della Marcia su Roma) erano dominati dalla paura dei bolscevichi e dalla gratitudine per i fascisti che ci avevano liberati”. Questa confessione di Bobbio non deve meravigliare più di tanto. Basti pensare che Giovanni Amendola (che diventerà antifascista intransigente e che morirà per i postumi di una violenta aggressione di una squadra fascista) dichiarò ai primi di ottobre del 1922 (dunque alla vigilia della Marcia su Roma) che dopo l’occupazione delle fabbriche (settembre 1920), cioè dopo “il più grandioso tentativo rivoluzionario mai messo in atto da parte comunista in Italia”, il fascismo aveva avuto il merito di aver risparmiato “alla patria nostra l’esperienza mortale del leninismo”. E ancora: “Se noi vogliamo che il nostro giudizio resti superiore alle correnti delle opposte passioni, dobbiamo infine riconoscere che il fatto fascismo accompagna una salda e radicale restaurazione della coscienza nazionale quale rampolla dalla vittoria, e un consolidamento nell’anima italiana del valore morale della nostra partecipazione alla Grande Guerra”. Era, questa, la valutazione che diverse personalità liberali davano dell’avvento del fascismo. Basti pensare a Benedetto Croce, che accolse il fascismo con molto favore, e votò la fiducia in Senato al governo Mussolini anche dopo il delitto Matteotti. Nel luglio 1923, in una intervista rilasciata al Giornale d’Italia, Croce aveva dichiarato: “Stimo un così grande beneficio la cura a cui il fascismo ha sottoposto l’Italia, che mi do pensiero piuttosto che la convalescente non si levi troppo presto di letto, a rischio di qualche grave ricaduta”. E dopo il delitto Matteotti, in una intervista allo stesso giornale, Croce dichiarò che sarebbe stato profondamente sbagliato desiderare che “il fascismo cadesse a un tratto”, poiché esso non era stato “un infatuamento o un giochetto”, bensì aveva risposto a “seri bisogni” e aveva fatto “molto di buono”, come “ogni animo equo” non poteva non riconoscere.
Un’altra importante confessione di Bobbio riguarda il rapporto fascismocultura. Il Bobbio antifascista della seconda metà del Novecento ha sempre sostenuto che il fascismo non aveva espresso una cultura, e che anzi era stato la negazione di qualunque cultura. Apprendiamo però dalle sue lettere a Valiani che Bobbio negli anni universitari si iscrisse alla facoltà di legge, ma studiava filosofia. E aggiunge: “divenni facilmente gentiliano”. “Gentile mi aveva offerto qualche schema teorico per giustificare il mio filo-fascismo. Dato per scontato che l’Italia liberale, individualistica, anzi atomistica, era finita per sempre e il fascismo ne aveva fatta giustizia, era cominciata un’era nuova nell’identificazione dell’individuo con l’universale, e questo universale era lo Stato. Non più separazione tra individuo e Stato, ma partecipazione integrale dell’individuo allo Stato, e viceversa espressione integrale da parte dello Stato dei bisogni dell’individuo”. È un’affermazione, questa di Bobbio, che non può non suscitare meraviglia, se si pensa che il filosofo torinese scrisse nel 1975 che la filosofia di Gentile era stata “una cattiva filosofia”, e che “una cultura in cui una filosofia come quella di Gentile poté essere portata alle stelle, era una cultura povera, chiusa in se stessa, fatua e nello stesso tempo infatuata, senza porte né finestre verso l’esterno, provinciale, consacrata al culto della parola per la parola, che credeva nel proprio primato unicamente perché non si era mai confrontata con i movimenti intellettuali del tempo”.

Queste lettere di Bobbio sono molto utili perché mostrano il largo consenso che il fascismo ebbe nella piccola e media borghesia ("le famiglie della media borghesia che frequentavano casa nostra erano tutte fasciste"); e mostrano altresì come la gioventù studiosa (come il Bobbio degli anni universitari e in quelli successivi) si riconoscesse largamente nella filosofia di Giovanni Gentile. Poi, a poco a poco, questi giovani si allontanarono dal fascismo, che, in virtù del patto con la Germania hitleriana, portava il nostro Paese alla guerra e alla catastrofe.
Ma, a leggere questo carteggio, è difficile sottrarsi all’impressione che anche una personalità come Bobbio non abbia mai fatto i conti fino in fondo con la sua esperienza passata, e non abbia mai spiegato veramente per quali motivi abbia aderito al regime fascista, almeno fino alla soglia della maturità intellettuale.