Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  marzo 31 Martedì calendario

Strehler, Grassi e il fascismo alle origini del Piccolo

L’hanno raccontata così, è andata cosà: leggenda vuole che il Piccolo Teatro di Milano sia nato con un calcio di Giorgio Strehler contro la porta dell’ex cinema Broletto, trasformato poi, da luogo di tortura delle camicie nere, in sede del primo Stabile d’Italia, simbolo di Resistenza e rinascita, non solo culturale, del dopoguerra. Ma è un coup de théâtre, la cronaca è meno fantasiosa e romantica: non con un calcio, uno strappo, una cesura si passa dal fascismo alla rinnovata arte drammatica; anzi, si nota una certa continuità, almeno negli intenti dei due primattori, il succitato Strehler e il sodale Paolo Grassi che, prima di sfondare porte e fondare teatri, sono stati arditi autori dei giornali di regime. Il progetto di un “teatro d’arte popolare” emerge infatti già negli anni giovanili dei due, quando ventenni (Grassi è del 1919; Strehler del 1921) scrivono “per diverse riviste gufine”, ovvero dei Guf, i “Gruppi universitari fascisti”, si legge nel saggio a cura di Nicola Arrigoni e fresco di stampa per Cue Press “Eccoci!” – Alle origini del Piccolo Teatro negli articoli del quindicinale dei Guf di Cremona.
Benché il piglio del curatore, e dell’operazione editoriale in sé, sia quasi agiografico – ad esempio, ci si guarda bene dall’esplicitare quei “Guf” nel titolo; che orrore la parola “fascismo”… –, il valore storiografico è sorprendente proprio perché smonta tanta retorica dell’“eravamo tutti antifascisti”, intellettuali e artisti in primis. Ma no. E infatti questa minuta cernita di “scritti poco noti” è ripescata dal periodico “Eccoci!”: “Allineatissimo al regime”, tanto che dal 1937, “accanto al titolo di copertina, campeggia il motto Credere, obbedire, combattere a caratteri autografi e con la firma del duce”. Anche se molti collaboratori non sono mussoliniani “ortodossi” – Grassi stesso viene espulso dai Guf ma continua la sua attività giornalistica sulle fascio-riviste –, tanti sono “i giovani intellettuali che diverranno protagonisti della scena culturale del secondo Novecento”. Non frattura, appunto, ma continuità, fluidità, come dimostra anche l’anno-chiave di questi articoli: il 1943 pre-armistizio, in piena guerra e col duce ancora in sella, una data simbolica di trasformazioni, ibridazioni, svolte e giravolte all’italiana.
Se nei testi il curatore ravvisa “una tensione al futuro e al domani, un’ansia di rinnovamento”, Grassi rincara: “All’inciviltà in cui versa il teatro di oggi noi opporremo prepotentemente con qualsiasi mezzo la civiltà che stiamo già vivendo”. La nota civiltà fascista. Non suona dunque peregrino, ma viceversa squisitamente littorio, il richiamo al “teatro nuovo”, all’“uomo nuovo” e persino al “nuovo pubblico (se esiste)”, annota Strehler con spocchia, mentre Grassi chiosa: “Tanto la storica urgenza preme in noi uomini ‘nuovi’ di questo in fondo affascinante bontempelliano Novecento”. È l’1.04.43, chiaramente un pesce d’aprile: “Questo in fondo affascinante bontempelliano Novecento” l’ha visto solo lui. A teatro.
Balza agli occhi ipersensibili dell’opinione pubblica contemporanea pure l’incredibile disimpegno (politico lato sensu) dei due: c’è la guerra e l’artista blatera di sipari e maschere; c’è un regime totalitario e l’intellettuale non dissente, neppur timidamente, anzi scrive per testate colluse; il regista vuole il rinnovamento, chiede la rivoluzione, ma solo delle poltrone in sala; si fa la fame ma ci si lamenta dei “limiti di una platea”… Un collega, dalle colonne delle lettere al giornale, rivendica: “Adesso tirano in ballo la guerra, la patria, l’eroismo. È divenuto, per certa gente, un comodino di moda. Non si possono, secondo loro, fischiare le brutte commedie che scrivono, se non si è mutilati almeno di una gamba. E, se si fischia, sarebbe meglio gridare o rivelare la nostra posizione militare: un mese di licenza; riformato; inabile; reduce. Passerà. Non credi, caro Grassi?”. Speriamo che passi almeno la miopia. E Strehler: “Per me il teatro è questo: gli uomini che si mettono assieme per salvarsi l’un l’altro”. Letta così, oggi su ieri, brilla un po’ come una furbata. Seguono, sempre su questi gazzettini, altre beghe di condomino, stilettate a questo o quel Carneade della drammaturgia, stroncature dei “piccoli para-ermetici, criticucci di falsa e vieta avanguardia”, insulti agli “imbecilli ufficiali dello pseudo-teatro italiano”, quisquilie e bagatelle per un massacro dei capocomici.
Il “nuovo teatro” deve essere “di regia, antinaturalistico, antiveristico e disumano”, nel solco del vitalismo nietzschiano, per non dire SA, un teatro “puro” che attinga alla “nudità primitiva” e alla “radice dei sentimenti”. Poi certo servono più autori internazionali: il neonato Piccolo di Grassi e Strehler inaugura infatti il 14 maggio del 1947 con L’albergo dei poveri del comunistissimo Gorkij. Il rosso e il nero. Un calcio di qua e uno di là. Per non sbagliare.