il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2026
Vannacci chiede l’amnistia per i crimini della dittatura uruguaiana
La lettera parte da Bruxelles, data 10 marzo 2026. Destinatario: il presidente uruguaiano Yamandú Orsi. Mittenti: 31 eurodeputati della destra continentale, tra cui Roberto Vannacci. La richiesta è brutale: fermare i procedimenti giudiziari e liberare militari, poliziotti e civili coinvolti nei crimini della dittatura (1972-1985), per chiudere definitivamente quella stagione.
Il testo, rispettoso nella forma, è in realtà un atto politico tutt’altro che mite. Gli estensori parlano di “preoccupazione per lo Stato di diritto” in Uruguay, denunciano la presunta “parzialità” della magistratura e definiscono i detenuti “prigionieri politici in questo contesto”. È il seguito di una lettera precedente del tedesco Markus Buchheit (Afd, 12 febbraio 2026), rimasta senza risposta. I deputati chiedono lo stop ai processi e invocano la Ley de Caducidad, la legge del 1986 che di fatto garantì l’impunità a gran parte dei responsabili delle violazioni dei diritti umani durante la dittatura.
Per capire il senso e il peso di questa richiesta bisogna tornare indietro. L’Uruguay degli anni Settanta è un laboratorio della repressione sudamericana: arresti arbitrari, torture sistematiche, sparizioni. Non è il caso più noto – non è il Cile di Pinochet o l’Argentina dei desaparecidos – ma il meccanismo è lo stesso. Alla fine della dittatura, nel 1986, il Parlamento approva la Ley de Caducidad, che blocca la maggior parte delle indagini sui militari. È una scelta politica, figlia della transizione: evitare lo scontro con le forze armate. Due referendum, nel 1989 e nel 2009, confermano quella legge. Ma negli anni successivi la giurisprudenza cambia: la Corte interamericana dei diritti umani e gli stessi tribunali uruguaiani iniziano a riaprire i casi, sostenendo che i crimini contro l’umanità non sono prescrivibili né amnistiabili.
È qui che si inserisce la lettera dell’estrema destra europea. La rilettura ideologica è opposta: quei processi non sarebbero giustizia tardiva, ma accanimento giudiziario. Non una correzione storica, ma una violazione della volontà popolare espressa nei referendum. Da qui la richiesta di fermarsi. E addirittura la minaccia di indagini su presunti fondi europei usati per “destabilizzare” l’Uruguay, in contrasto con il voto popolare.
Tra i firmatari il gruppo dominante è Europe of Sovereign Nations, accanto ci sono esponenti di Patriots for Europe, due membri dei Conservatori e riformisti (il gruppo di Giorgia Meloni) e un solo eurodeputato del Partito popolare. Tra i nomi, come detto, spicca quello di Vannacci.
La lettera non è passata inosservata, né a Roma né a Bruxelles, suscitando lo sconcerto delle istituzioni nazionali e continentali. Viene considerata un intervento diretto su una vicenda storica e giudiziaria di un paese terzo e imbarazza il merito della richiesta: fermare i procedimenti sui crimini della dittatura. Una posizione che rovescia la traiettoria del diritto internazionale, che da decenni ha limitato le amnistie e affermato l’obbligo di perseguire i responsabili di violazioni gravi dei diritti umani.