il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2026
Il prete anti-desaparecidos “salvato” dal Guardasigilli
Continua a vivere libero in Italia, in una cittadina di 9.000 abitanti, Sorbolo, nella Bassa Parmense, il prete Don Franco Reverberi, ormai quasi 88enne. Nonostante nell’ottobre 2023 la Corte di Cassazione abbia accolto la richiesta di estradizione del governo argentino per processarlo per crimini contro l’umanità. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, nel gennaio 2024, si rifiutò di firmare il provvedimento di estradizione, sostituendosi di fatto alla giustizia, che per dieci anni si era occupata del caso. Decidendo così di non restituirlo all’Argentina, dove doveva solo sottoporsi a un processo, non andare in carcere. Scelta che in qualche modo ricorda la mancata convalida dell’arresto di Almasri ai fini dell’estradizione, nel gennaio del 2025, che ha consentito al torturatore libico di essere scarcerato e rimpatriato. Vicenda piena di scorie: la maggioranza voterà lo scudo per la ex capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi.
Don Franco Reverberi è accusato di crimini contro l’umanità che sarebbero stati compiuti durante la dittatura di Videla (iniziata il 24 marzo 1976 e durata fino al 1983).
Originario di Sorboli, Reverberi emigrò in Argentina a 11 anni. Ordinato sacerdote, operò per 40 anni come cappellano a San Rafael, a sud di Mendoza dove, negli anni della dittatura, era stato creato un centro clandestino di tortura e sterminio, la Casa Departamental, l’unico dei 340 in Argentina all’interno di un tribunale. A San Rafael sono state detenute, torturate e uccise decine di persone. Per processare gli autori di quei delitti nell’agosto 2010 è iniziato un maxi-processo. Reverberi, negli anni della dittatura, era cappellano militare dell’esercito di quella città. Dunque non solo assisteva alle torture, ma era anche a conoscenza di una serie di segreti: chi veniva ucciso, dove veniva sepolto, a chi venivano affidati i figli dei desaparecidos. E secondo le testimonianze dei sopravvissuti alla dittatura, Reverberi era un assiduo frequentatore dei centri di detenzione, dove invitava i prigionieri a pentirsi e a parlare per avere salva la vita. Una forma di tortura. Durante il maxi-processo, quattro sopravvissuti testimoniarono la sua presenza durante interrogatori e torture, descrivendolo “con la Bibbia in mano e la pistola nella fondina”. Convocato come imputato nel giugno 2011, non si presentò: aveva lasciato il Paese un mese prima, per stabilirsi a Sorbolo. Il 23 agosto 2010 si era dichiarato estraneo ai fatti, ma convocato il 14 giugno 2011 con un mandato di comparizione, aveva già fatto perdere le sue tracce. Al suo posto, in aula, andò il vicecancelliere del vescovo Luis Marcelo Gutiérrez con una cartella clinica che certificava problemi cardiaci, che gli avrebbero impedito di viaggiare e dunque di presenziare al processo. Il 26 settembre 2012, l’Argentina ha richiesto l’estradizione e l’Interpol ha emesso un mandato di cattura internazionale per tortura e crimini contro l’umanità. Nel 2013 la prima richiesta di estradizione viene respinta dal nostro paese per l’assenza del reato di tortura nel Codice penale italiano. Una seconda richiesta, nel 2021, si fonda anche sull’accusa di concorso in omicidio aggravato per la sparizione (e l’omicidio) del giovane militante peronista José “Pepe” Berón, sequestrato a San Rafael il 28 agosto 1976 e tuttora desaparecido. La richiesta venne approvata dalla Corte d’Appello di Bologna. La difesa di Reverberi fece ricorso alla Corte di Cassazione. Ricorso respinto a ottobre del 2023. Nordio si è appellato a motivi di salute per non concedere l’estradizione, sostenendo che il prete non poteva affrontare il viaggio: ma in realtà la Corte di Appello di Bologna aveva fatto una serie di perizie, stabilendo il contrario.
Sono passati due anni e Reverberi non ha ancora affrontato il processo. “Quel che vorremmo sapere da lui è dove si trova il corpo di José Guillermo Beron e di tanti altri. Non è importante che vada in carcere, non è questo il fine del processo”, dichiarò all’epoca Jorge Ithurburu, presidente della 24 Marzo onlus. Insomma, “verità e giustizia”, a 50 anni dalla dittatura Videla (iniziata il 24 marzo 1976), come chiedono i parenti dei desaperacidos e l’Argentina tutta. “Nunca mas”. Perché non accada mai più. Per Nordio, evidentemente, un’esigenza non così importante. A giugno, l’Argentina ha ottenuto che per Reverberi si celebri il processo in contumacia: ma è ancora alle fasi preliminari.