repubblica.it, 31 marzo 2026
Intervista a Renata Colorni
L’idea di «un’Europa libera e unita» nasceva nel 1941 a Ventotene. Due anni prima, su quella stessa isola, era stata concepita anche Renata Colorni. Suo padre Eugenio era un filosofo ebreo antifascista: sarebbe stato lui a pubblicare il celebre Manifesto di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, firmandone la prefazione. «Era al confino, accompagnato da mia madre, Ursula Hirschmann, a cui – incinta – fu concesso di tornare sulla terraferma», racconta oggi Renata. «Fece in tempo a laurearsi a Venezia e a raggiungere Milano dove, nel novembre del ’39, nacqui io, settimina». Di quel padre, impegnato nella Resistenza, Colorni non ha ricordi personali. «Avevo quattro anni quando, nel ’44, fu ucciso a Roma dagli sgherri nazifascisti della banda Koch. Ricordo però quando la mamma venne a dircelo. Eravamo rifugiate in Svizzera per sfuggire alle leggi razziali. Mia sorella maggiore, Silvia, scoppiò in lacrime; mi voltai verso Eva, la più piccola, e le dissi: “È una cosa da piangere”. E così facemmo».
I suoi genitori si erano già separati?
«Da oltre un anno. Mia madre – una donna anticonformista di luminosa intelligenza – era già incinta di Diana, la prima figlia di Spinelli».
Lui e sua madre si erano conosciuti a Ventotene.
«Sì, ma il loro amore nacque anni dopo: nell’agosto del ’43, a Milano, durante la riunione di nascita del Movimento federalista europeo. E dopo la morte di Colorni, Altiero fu per me una figura paterna indimenticabile».
Due padri, dunque: uno filosofo, l’altro politico.
«Papà – che per me è sempre stato Spinelli – lo vissi nella quotidianità; Colorni lo scoprii più tardi, attraverso i libri. Alle elementari lo immaginavo come una specie di eroe risorgimentale: ricordo ancora la medaglia d’oro che nel ’45, il partigiano Ferruccio Parri mi appuntò sul petto, tra le lacrime. Fino a quando, nel decennale della sua morte, lessi un articolo di Ernesto Rossi, amico fraterno di Spinelli, che ricordava Colorni come un filosofo prestato alla Resistenza per un obbligo morale ma desideroso di tornare ai suoi studi. Mi arrabbiai».
Perché?
«Quell’immagine non coincideva con la mia. Ne chiesi conto a Spinelli: “È così”, mi disse, prima di darmi gli scritti di mio padre. Avevo quattordici anni, li lessi: e scoprii il filosofo Colorni, peraltro con precoci interessi per la psicoanalisi».
In filosofia si laureò anche lei, prima di dedicarsi alla traduzione.
«All’inizio collaborai all’università, quindi alle collane accademiche di Franco Angeli. Poi, nel ’73, Paolo Boringhieri mi chiamò a Torino per curare l’edizione delle opere di Freud».
Conosceva il tedesco?
«Fin da bambina. Mia madre, ebrea socialista berlinese fuggita dalla Germania nazista, non volle mai separarsi dalla propria lingua».
La direzione scientifica delle opere di Freud era di Cesare Musatti, il più autorevole psicoanalista italiano.
«Era già anziano e temeva di non vedere l’opera conclusa. “La smetta di cincischiare col suo tedesco”, mi incalzava. Fu un lavoro lungo, di rara intensità ma molto affascinante. Tanto che, quando lo conclusi, mi chiesi se continuare a tradurre o dedicarmi alla psicoanalisi».
Scelse l’editoria.
«Avevo due figli adolescenti: le università a cui mi sarei potuta iscrivere erano lontane, e in sostanza si sarebbe trattato di cominciare a spendere invece che continuare a guadagnare. E poi a togliermi dall’imbarazzo della scelta furono Roberto Calasso e Luciano Foà: avevano apprezzato le mie traduzioni e volevano affidarmi i testi degli scrittori tedeschi».
In Adelphi sarebbe rimasta 16 anni, supervisionando le opere di molti grandi autori: da Thomas Bernhard a Elias Canetti.
«E traducendo spesso io stessa. Fu lì che compresi quanto una buona traduzione potesse essere decisiva per il successo di un libro. Mi dimisi nel 1995».
Perché andò via?
«Roberto è stato un editore geniale, ma orgogliosamente autoritario. Avevo 55 anni, un’età che – specie all’epoca – era prossima alla pensione, ma non avevo alcuna intenzione di smettere di lavorare».
Come ricominciò?
«Preparai il curriculum, lo spedii a vari editori. Il giorno dopo, mi arrivò una telefonata della segretaria di Franco Tatò, allora amministratore delegato di Mondadori».
A guidare i libri di Segrate c’era Gian Arturo Ferrari.
«Un vecchio amico, conosciuto all’università. Quando arrivai alla direzione dei Meridiani, in cui sarei rimasta per 25 anni, mi disse: “Devi sgominare la concorrenza"».
Il primo Meridiano?
«Sul poeta Attilio Bertolucci: era terrorizzato dalla filologia, sentiva quel progetto come una casa da costruire insieme».
Di poeti del secondo ’900 ne pubblicaste parecchi, a cominciare da Mario Luzi.
«Che accolse il Meridiano con la gentilezza con cui si riceve un atto dovuto: era evidentemente consapevole del suo valore».
Quanto è complesso lavorare a un’opera critica quando gli autori sono ancora in vita?
«Sono confronti stimolanti, a volte accesi. Successe anche con Eugenio Scalfari: fosse stato per lui, avremmo dovuto inserire nel Meridiano soprattutto le sue opere letterarie. “Eugenio – gli dissi – rimarrai nella storia della cultura italiana perché sei un grande direttore e giornalista, non un letterato"».
Nei Meridiani comparve anche la sua traduzione che rovesciò il significato del capolavoro di Thomas Mann: da incantata, la sua Montagna divenne magica.
«Volevo evidenziarne l’elemento attivo e perturbante, in Italia fino ad allora ignorato. Tradurre, come diceva Giuseppe Pontiggia, significa restituire l’intenzione letteraria dell’autore. È l’unica cosa che conta».
Per questo, non ha smesso di farlo: negli ultimi anni, oltre a Mann, ha curato tra gli altri, anche tre racconti di Arthur Schnitzler.
«Per Rizzoli e per le edizioni Henry Beyle di Vincenzo Campo: un editore raffinato, con un’idea lontana da quella prevalente oggi».
Avverto una certa nostalgia.
«Che non riguarda solo l’editoria: basta sfogliare i giornali».
Pensa anche all’ideale europeo dei suoi genitori?
«Un progetto purtroppo largamente incompiuto, stretto più che mai dagli egoismi degli stati nazionali e dalla furia bellicista di questi angosciosi tempi».