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 2026  marzo 31 Martedì calendario

Intervista a Rupert Everett

Rupert Everett è Caifa, il capo sacerdote del Sinedrio che mandò a morte Gesù, ne Il Vangelo di Giuda di Giulio Base. Prodotto da Agnus Dei con Minerva e in collaborazione con Rai Cinema, è nelle sale dal 2 aprile. Giuda è incappucciato e si vede sempre di spalle, non ci sono dialoghi ma solo la voce narrante di Giancarlo Giannini che restituisce il pensiero del protagonista, il simbolo dei traditori che qui si dichiara vittima e tradito a sua volta, «perché Gesù mi ha detto che non sarebbe morto».
Rupert, cosa ha pensato quando ha letto il copione?
«Che è ben scritto, pieno di fantasia, e che Giuda è parte di un puzzle. La famosa frase di Gesù, fai quello che devi fare e fallo presto, nel film la dico anche io. Mi è piaciuta l’originalità e anche certe libertà. I Vangeli raccontano il punto di vista dei romani, dopo la distruzione del giudaismo. Ponzio Pilato non si lavò le mani, era un uomo orribile, e Caifa non è una brava persona ma è come il cattivo dei vaudeville, niente di più».
Parlare poco e niente è un vantaggio per un attore?
«Adoro i film muti, i grandi registi contano su immagini e gesti senza necessariamente i dialoghi».
Ha tradito nella sua vita?
«Ognuno di noi tradisce ed è stato tradito. Io ho tradito tanta gente. Quando ero adolescente, dopo la libertà del 1968, pensavo che l’autonomia avesse a che fare con romanticismo e sesso, sono stato molto infedele».
Lei dichiarò la sua omosessualità, in tempi in cui non era conveniente dirlo.
«Ma sono sopravvissuto bene: ho guadagnato più di quello che ho perso. Se a Roma avessi sposato la mia amica Michela, le cose sarebbero andate diversamente. C’è un prezzo da pagare per tutto. La libertà scoperta nella Londra degli Anni 70 l’ho vissuta anche a Roma, ricordo quando facevo l’amore nei parchi, al Campidoglio e perfino al Colosseo, che trovai aperto di notte. Usanze e costumi erano ampi nel mondo antico, mi sentivo un antico romano».

Oggi si fa tutto col cellulare.
«Anche i vizi. Io ho vissuto la libertà più sfrenata. Sono stato ospite di Valentino a un grande party, ricordo i trapezisti, il canto degli angeli, il gioco di luci, il divertimento più esaltante. Mi sentivo come al circo con i gladiatori. Quel party ha chiuso un’era».
I suoi genitori come presero il coming out?
«Non bene, all’inizio. Vengono da un’altra generazione. Invecchiando, sono diventati più complici e amichevoli».
Altro giro di fede, lei è Abramo in «Resurrezione», il secondo film di Mel Gibson sulla Passione di Cristo.
«Una grande esperienza, e lui è un grande regista e produttore, un gentleman, un attore che sa come si devono trattare gli attori».
Film cruento come il primo?
«Sì, ma il sangue di Cristo nel cattolicesimo è purificatore. Se Caifa è un villain, Abramo è uno che ha visto Dio, devi studiarlo a fondo, è una bella sfida interpretarlo».
Lei ha studiato in un college religioso a Londra.
«E pregavo Dio di non farmi diventare prete. Col tempo mi sono un po’ riconciliato con la religione, domenica sono andato a Messa a Roma in uno splendido seminario a Campo de’ fiori. Il problema, da noi, nei piccoli villaggi in Inghilterra, è che le chiese sono vuote, come i pub, ma lì non si va perché la gente si è impoverita. Mancano luoghi dove la gente si ritrova».
Tornando al coming out, ripercussioni sul lavoro?
«Sì, era difficile accettarlo allora, nel mondo anglosassone. Ma l’Italia mi aprì le porte con Montaldo, Rosi, Soavi. Avrei voluto vivere prima, e fare film con Visconti, Fellini, Antonioni, Sergio Leone».
Com’è recitare col «politically correct»?
«Limitante, frustrante. Non si può più dire nulla. Se devo dirla tutta, da socialista champagne, come si dice in Inghilterra, sono diventato più conservatore. Ma questo non c’entra nulla con le ipocrisie del politically correct».
Il cinema italiano di oggi?
«Mi sembra fatto secondo degli standard, non lo conosco abbastanza. La mia passione per questo mestiere è intatta, ma se mi guardo intorno non c’è niente di peggio di chi ha smesso di essere famoso e si comporta come se lo fosse ancora».
Se ripensa al film che l’ha lanciato?
«Another Country... Il produttore, Robert Fox, è morto la settimana scorsa. Era il mio migliore amico. Fu lui a consentirmi di recitare in questa commedia in un piccolo teatro londinese, prima di farne un film».
Era bellissimo da ragazzo.
Sorride: «Vuol dire che sono da buttare via? La fortuna è che non mi guardo mai allo specchio. A 25 anni ero troppo magro. Ora mi sento più a mio agio. La vera bellezza non è avere un aspetto gradevole».