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 2026  marzo 31 Martedì calendario

Intervista a Marcello Morandini

A 85 anni di età – a maggio gli 86 – Marcello Morandini, il re del bianco e del nero, può dire di aver definito il suo concetto di arte. «Ho imparato ad amarla nel 1962, attraverso la grafica. Poi il sentimento si è trasformato nel desiderio di conoscere che cosa avviene seguendo un ideale, nel mio caso legato alla geometria. Infine è diventato un modo per vivere l’emozione delle scoperte che si fanno nella ricerca». La geometria come modo di espressione, la curiosità come guida quotidiana. La splendida Fondazione inaugurata nel 2021 a Varese – città in cui arrivò, ancora bambino, dalla natia Mantova – proietterà nel futuro l’opera di un maestro che fu al centro dei moti contro la Biennale del 1968 e che il mondo, più che l’Italia, ha conosciuto e apprezzato. Nemo profeta in patria: non sempre è una sfortuna.
L’artista deve mediare con il pubblico o deve esprimersi come crede?
«Valgono entrambe le cose. Io mi sono sempre rivolto non alla gente, ma a conoscere me stesso. Ho rispettato il prossimo ma non ho usato l’arte come base di studio sociale, la scelta – legittima – di tanti colleghi di fama».
La Biennale del 1968: la politica contaminò il vostro mondo?
«Lo intaccò totalmente. Il diavolo era Mario Capanna: aveva sobillato il movimento studentesco. Lo faceva in maniera politica, mentre gli altri volevano cambiare le cose “nella” politica. La Biennale diventò un subbuglio: volavano cariche e manganelli, ogni giorno provavano a prenderci e a picchiarci. Conservo ancora i telegrammi di minacce, perfino uscire a pranzo era complicato».
Volevano imporvi di ritirare le opere.
«Oppure pretendevano che le girassimo contro il muro. Di 22 artisti, solo io e Gianni Colombo ci rifiutammo di farlo. Poi la Biennale riprese un mese e mezzo dopo a Brera, ma l’ambiente era sotto choc. Forse non fu un caso che ben 6 di quei 22 morirono in quell’anno. E quello più giovane assieme a me, Pino Pascali, perì poco dopo a Roma in un incidente di moto».
Al di là di certe follie, lei condivideva le istanze del movimento studentesco?
«No, perché era in mano a facinorosi che non tolleravano idee diverse dalle loro. Ho sempre contestato… la contestazione. Ma in modo civile. Rischiavo di passare per fascista? Di sicuro. Mi salvò un amico gallerista di Basilea che circa un mese dopo mi invitò da lui: da allora ho lasciato l’Italia».
Marcello Morandini è uomo di sinistra o di destra?
«Non sono di sinistra. E non sono nemmeno di destra, perché non mi è sufficiente. Ai tempi difendevo la Dc: pensavo fosse una giusta via di mezzo, di dialogo. Però anche lì, poi...».
Gillo Dorfles, una figura per lei importante.
«Gillo mi ha seguito e mi ha aiutato. Ho iniziato le attività espositive nel 1966 e nel 1967 mi invitò con altri artisti a rappresentare l’Italia alla Biennale San Paolo del Brasile».
Così la scelta di staccarsi dall’Italia si è consolidata.
«Ho voluto andar via da una certa atmosfera. Non desideravo lasciare l’Italia, ma non trovavo più me stesso e soprattutto non trovavo un equilibrio per gestire il lavoro: mio malgrado, e senza volerlo, sono diventato un artista del mondo».
Perché l’arte di Morandini è stata capita soprattutto in Germania?
«Perché sono stato invitato da molti direttori di musei dell’arte concreta, da me amata. È nata una sintonia: determinante fu la mostra alla Kestner Gesellschaft ad Hannover nel 1972. Era importantissima, una segretaria mi disse: “Che cosa fa lei da noi? Qui arrivano quelli che hanno già un piede nella fossa”. Le risposi: “Io ho tempo, intanto lavoro e faccio il mio dovere”».
Il bianco e il nero sono un codice binario?
«Sì, senz’altro. Dal mio punto di vista sono due elementi che racchiudono una verità in molti campi, soprattutto in quello della forma. Con il bianco e il nero si può raccontare la vita. L’unica deroga necessaria è il grigio: senza quel colore non c’è un’ombra e non c’è tridimensionalità. Il grigio aiuta la geometria, con la quale puoi raccontare di tutto e di più».
I suoi artisti amici.
«Ne ho avuti parecchi, a partire dal Gruppo T di Milano, con Gianni Colombo, Gabriele Devecchi, Grazia Varisco e tanti altri. Poi Paolo Scheggi, fiorentino, quindi i colleghi di Padova e Roma: i primi lavoravano sul movimento e la percezione, i secondi sulla fredda geometria».
Quali, invece, quelli che le sono stati sull’anima?
«Forse l’artista più problematico è stato Getulio Alviani. All’inizio, però, fu tra i primi a credere nel mio lavoro. Nel 1964 fu lui a volere, con Germano Celant, la mia prima esposizione alla Galleria “Il Deposito” di Genova: un gesto di generosità che non ho mai dimenticato».
Marcello Morandini avrebbe meritato un successo perfino maggiore?
«Il mio inizio fu sorprendente e straordinario, poi arrivò la fregatura di essere andato via dall’Italia».
Magari avrebbe avuto qualche ostacolo in meno e qualche aiuto in più, pensando alla Fondazione che poi è riuscito ad aprire.
«Credo che la Fondazione sia nata tempo prima nei miei desideri, e poi concretamente a Darmstadt durante una mostra personale che mi dedicò la Rosenthal, azienda per la quale ho lavorato a lungo. Lì conobbi Karl e Karin Megherle, due americani che vivevano in Svizzera e che collezionavano mie opere. Contavano di donarle a un museo elvetico, ma scoprirono che nessuno le accettava: così mi dissero che avrebbero voluto aiutarmi ad aprirne uno a Varese».
Una storia speciale, con un epilogo però triste.

«Mi invitarono a pranzo a Villa d’Este a Cernobbio. Alla fine volevano darmi un milione e mezzo di dollari che avevano, in contanti, in una valigia in camera. Rimasi allibito, rifiutai. Due settimane dopo, ospite loro a Lucerna, i milioni diventarono tre. Seppur scioccato, dissi di sì: quest’avventura doveva cominciare. Poche settimane dopo, mentre ero in ospedale, operato al cuore e alla gola, entrambi scelsero il suicidio assistito: avevano deciso che la donazione sarebbe stata l’ultimo atto della loro vita».

La geometria è la vera perfezione? È opera di Dio?
«Le donne sono la perfezione...
Be’, Dio ha creato la natura, che è pura geometria: mondo animale, minerale, vegetale, tutto è racchiuso nella geometria ed è leggibile con la geometria».
A proposito di Dio, com’è messo lei con la fede?
«Sono un cattolico credente: una volta ero molto praticante. Però vivere a contatto con la gente mi ha insegnato altri valori importanti: rispetto, collaborazione, generosità, amore».
Nell’arte bisogna usare razionalità, istinto o provocazione?
«Serve prima di tutto cultura e conoscenza di sé stessi».

Innocente Salvini, altro grande nome varesino nell’arte, disse: «Il colore per me è come un delirio». L’opposto di Morandini.
«Innocente ha raccontato un mondo vero e meraviglioso: ciò che narrano gli artisti, se è detto con sincerità, ha valore per tutti».
Chi avrebbe voluto incontrare e non ce l’ha fatta a conoscere?
«La lista sarebbe lunga, partirei da alcuni artisti olandesi. In realtà sono stato attirato dall’espressività e dall’inventiva nel mondo della geometria e della forma, fino ad arrivare all’architettura, che amo in modo particolare».
Chi sono i suoi «top» nella storia dell’arte?
«Ci sono americani che hanno dettato cambiamenti epocali. Poi cito Georges Vantongerloo tra gli olandesi, Pierre Gauguin – del quale, a 16 anni, facevo copie orribili – e Vincent Van Gogh. Dico infine che nel Novecento noi italiani abbiamo avuto artisti spettacolari».
Morandini dove si colloca nella storia dell’arte?
«Lasciamolo fuori, a lavorare ancora».

È vero che adora Jannik Sinner?
«Come si fa a non adorarlo? Se ci pensate, la sua “arte” nasce da una piccola sfera, la pallina da tennis».
Però lei gli tingerebbe i capelli di nero...
«No, per favore, lasciamoglieli rossi: se cambia colore, magari scopre di dover giocare con una pallina a forma di cubo».