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 2026  marzo 31 Martedì calendario

Dimessa la prof aggredita dall’alunno 13enne

Ricorda tutto, la professoressa di francese Chiara Mocchi. Specialmente il suo studente di 13 anni – stessa età dell’accoltellatore – che l’ha difesa. In una lettera, la seconda dopo l’aggressione a scuola, il 25 marzo a Trescore, lo cita come esempio positivo di questa storia ancora da scandagliare nel sottobosco dei social frequentato dai ragazzini. «Solo il coraggio immenso di un altro mio alunno, che mi ha invece difesa rischiando la sua stessa vita, ha impedito il peggio», si legge nella missiva. La professoressa, 57 anni, ne aveva già parlato al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che domenica era andato a trovarla all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo e che, ora, vuole invitare lo studente e la sua classe a Roma, per un riconoscimento.
La prima coltellata al collo, la seconda di striscio, altre due al torace, l’insegnante che si accascia, tampona la ferita alla gola e si fa scudo con i piedi. Nelle immagini del video choc, girato dallo stesso aggressore con il telefonino appeso al collo e trasmesso in diretta Telegram, si intravvede appena l’atto di coraggio dell’altro alunno. La professoressa se lo ricorda correre verso di lei e dare calci al coetaneo, perché smettesse di colpirla con quel coltello da Rambo comprato su Internet. Nel primo pomeriggio di ieri è stata dimessa, pensa già alla sua scuola. «Ora che lascio l’ospedale mi avvicino al momento in cui tornerò dai miei ragazzi», ha confidato al suo avvocato Angelo Lino Murtas mentre saliva in automobile con il fratello Giampaolo, che è andato a prenderla. Con questa seconda lettera ha voluto di nuovo ringraziare. Stavolta, più nel dettaglio chi l’ha salvata. Nonostante la debolezza per la «potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo» a causa del fendente «arrivato a mezzo millimetro dall’aorta», ha visto e sentito i momenti cruciali. Ricorda «il foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva» e l’arrivo dell’elicottero. Con il «blood on board», la trasfusione in volo, le hanno salvato la vita.
Sa bene che ha rischiato di morire, perché non può dimenticare quelle due voci ferme ma concitate. Una di donna: «Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più». E l’altra di un uomo: «Ancora una sacca, presto, ancora una». Probabilmente erano l’infermiera e il medico, che lei cita con nome e cognome nella lettera insieme a tutto l’equipaggio dell’elisoccorso: «Professionisti, ma soprattutto esseri umani che non dimenticherò mai». Come non può scordare l’immagine al momento del decollo: «Ho visto dall’alto le finestre della mia scuola, prima vuote e poi improvvisamente riempirsi dei volti dei miei amati ragazzi. Mi salutavano agitando le mani con disperazione, le lacrime agli occhi». Durante i giorni in ospedale, diversi le hanno mandato lettere, disegni e fiori. Quella mattina, con la notizia girata sulle chat di classe, numerosi papà e mamme erano corsi fuori dalla scuola per chiedere come stessero i loro figli. Non sapevano ancora che fosse successo in terza media, in quale sezione, chi avesse colpito la professoressa. Lei, in questa lettera accenna appena allo studente che l’ha accoltellata: «Confuso, trascinato, “indottrinato” dai social». Solleva il tema e il timore anticipato dai genitori del ragazzino. Quello delle chat su cui stanno indagando i carabinieri di Bergamo, per capire se qualcuno lo abbia istigato nel suo piano di vendicarsi dell’insegnante, con cui aveva un rapporto conflittuale. «Non ha alcun sentimento di rancore, rabbia e nessun odio», parla per lei il suo legale. Il Tribunale per i minori ha disposto che il tredicenne venga portato nella comunità più adeguata, dopo una valutazione neuropsichiatrica.
A proposito di minorenni, scuola e responsabilità educativa, a margine di un convegno, a Milano, Valditara ha lanciato un appello ai genitori, in generale, anche a nome dell’insegnante: «Essere sempre più vicini e attenti alla crescita dei propri figli, a non lasciarli soli, soprattutto quando sono ragazzini, con il cellulare e con i social». Anche la prof con la missiva rivolge un invito. A diventare donatori di sangue. Come lo era suo padre Angelo, che non c’è più e fondò la sezione della Val Cavallina. «Da sempre custodisco nel cuore quel motto: una goccia di sangue può salvare una vita. Forse non immaginava che un giorno quella vita sarebbe stata proprio quella di sua figlia».