Corriere della Sera, 31 marzo 2026
L’intesa (difficile) sulla legge elettorale
Se la prima risposta al capitombolo referendario fosse la riforma della legge elettorale «saremmo dei matti», commenta Giorgia Meloni. Vorrebbe dire che la maggioranza cerca di arroccarsi nel Palazzo, dimenticando l’emergenza economica che insieme al problema energetico rappresentano le priorità del Paese. E la premier non intende prestare il fianco agli avversari, offrendo un’immagine tafazzista del centrodestra.
La modifica del sistema di voto è ritenuta necessaria per garantire che dalle urne emerga una chiara maggioranza di governo. Perché la tesi che il Rosatellum abbia assicurato stabilità in questi anni non tiene conto del fatto che nel 2022 il centrosinistra si presentò diviso al voto. Non modificare la legge, significherebbe impedire il rafforzamento del bipolarismo e lasciare aperta la porta ai gabinetti di larghe intese o tecnici.
Insomma, la riforma «servirà. Ma per il futuro». Nel frattempo l’esecutivo si concentrerà su altri dossier. Perché è vero che oggi alla Camera inizierà l’esame del testo, però è altrettanto vero che l’iter non prevede accelerazioni in Parlamento. Ne sono consapevoli anche gli sherpa del Campo largo quando ammettono che «c’è tempo» e ricordano i vari passaggi preliminari in commissione Affari costituzionali: due settimane di audizioni dopo Pasqua, la presentazione del testo base, la discussione degli emendamenti.
Il punto è un altro. Siccome i meccanismi della riforma sono già noti, da questo momento sarà importante capire come si muoveranno tatticamente maggioranza e opposizione. E su quali basi verrà tentato un (difficile) compromesso: sulle dimensioni del premio di maggioranza, sulla scelta tra preferenze e listini bloccati per superare i collegi, sul ballottaggio nel caso in cui nessuna coalizione raggiungesse il quorum, sulla modifica del sistema estero.
Il centrosinistra sfrutterà questa fase per capire «cosa accadrà nella maggioranza», dove si sono registrati nei giorni scorsi degli scricchiolii. Nonostante autorevoli esponenti del Pd sostengano che «la Lega si metterà di traverso», è convinzione comune che «il centrodestra andrà avanti». Lo si intuisce dai segnali giunti ieri dal vertice del Carroccio: sulla riforma del sistema di voto c’è «un patto con la premier che intendiamo onorare». Che poi è la conferma di quanto era accaduto al vertice dei leader la scorsa settimana, quando Meloni aveva voluto verificare (anche) sulla materia elettorale la solidità dell’alleanza.
L’obiettivo del centrodestra è far approvare le norme «entro l’estate» dalla Camera. Per riprendere a settembre l’esame del testo al Senato. Nel frattempo si tenterà di «aprire alle opposizioni», che è un modo per comprendere come si muoverà il Campo largo, se sono veri i segnali che giungono riservatamente dal fronte avversario e che Dario Franceschini ha reso pubblici. La maggioranza è pronta a trattare, «ma se la disponibilità dovesse nascondere il tentativo di far saltare il tavolo, andremmo avanti da soli».
Questo ragionamento ieri accomunava i rappresentanti del centrodestra. Che è pronto, «se necessario», a usare il voto di fiducia. E giusto per anticipare accuse di «derive autoritarie», viene ricordato che «per due volte» il centrosinistra ha usato la fiducia: con l’Italicum e con il Rosatellum. Tanto basta per avere una rappresentazione del quadro politico attuale e far prefigurare lo scenario dei prossimi mesi: le opposizioni chiederanno alcune modifiche sui nodi più delicati della riforma, lasciando poi alla maggioranza il compito di portare avanti la legge e additandola di voler cambiare il Rosatellum «perché teme di perdere».
Meloni e i suoi alleati dovranno pagare questa «tassa», nonostante i maggiorenti del centrosinistra dicano sottovoce che «la riforma è giusta». Per quanto Elly Schlein, dopo il referendum, si fosse convinta che «anche con il Rosatellum non andrebbe male». Poi le hanno disaggregato i dati e...