lastampa.it, 30 marzo 2026
Ultimatum Confindustria: “Se non troveremo una soluzione sugli incentivi faremo causa al governo e vinceremo”
La pazienza degli industriali è finita. E un ultimatum de facto è arrivato. Il taglio retroattivo agli incentivi per la Transizione 5.0 ha innescato una bomba a orologeria nei rapporti tra Viale dell’Astronomia e Palazzo Chigi. Il disinnesco, o l’esplosione, è fissato per mercoledì mattina alle ore 10, quando si aprirà il tavolo di confronto con l’esecutivo. Per gli imprenditori non ci sono più margini di trattativa, né compromessi al ribasso accettabili. Quello che il governo definisce un aggiustamento contabile, per le aziende è un credito esigibile. Una promessa tradita, ripetono da Confindustria dietro le quinte, che rischia di paralizzare il motore produttivo del Paese e trascinare lo Stato in una spirale di contenziosi legali senza precedenti.
L’atmosfera che si respira ai vertici dell’associazione degli industriali è elettrica e il vulnus non è di natura economica, ma istituzionale. Si tratta di investimenti già messi a terra. «C’è gente disperata, che piange», si ragiona nel vertice di Confindustria. «Aziende che hanno comprato macchinari, che hanno acceso mutui in banca basandosi sulle rassicurazioni ricevute a novembre, e che adesso vengono lasciate a piedi», si evidenzia. Il paradosso, agli occhi degli imprenditori, è che a far saltare il banco sia un esecutivo che ha fatto della difesa del tessuto produttivo nazionale una bandiera elettorale. Per coprire i buchi di bilancio e limare i decimali per non sforare il 3% di deficit, il Ministero dell’Economia avrebbe deciso di fare cassa sulle spalle di chi produce, drenando risorse preziose per dirottarle su altri fronti.
Sul banco degli imputati, per gli industriali, c’è in primo luogo Giancarlo Giorgetti. Il titolare del Mef viene descritto come inflessibile sulla ricerca dei fondi per far quadrare i conti, disposto a sacrificare la certezza del diritto pur di non cedere sui saldi di finanza pubblica. Dall’altra parte della barricata c’è Adolfo Urso. Al ministro delle Imprese e del Made in Italy viene riconosciuto l’impegno profuso in Consiglio dei ministri per difendere la dote originaria del fondo, ricordando ai colleghi di governo le promesse fatte alle categorie. Tuttavia, secondo gli imprenditori, la sproporzione di forze è lampante. Fonti vicine al vertice degli industriali non usano mezzi termini per descrivere i pesi specifici all’interno dell’esecutivo: «Giorgetti pesa sei volte Urso, il quale rischia di essere il più debole lì dentro se non alza la voce». E Giorgia Meloni? Il sospetto che circola tra gli industriali è che la premier sia stata tenuta all’oscuro della reale gravità della situazione e delle conseguenze di questi tagli lineari.
I numeri della discordia ruotano attorno a un miliardo e quattrocento milioni che l’esecutivo vorrebbe decurtare o redistribuire. Si parte da una base di richieste che viaggia sui 4 miliardi e 250 milioni complessivi, a fronte di plafond dichiarati insufficienti. «Come fai a dire a un’azienda che le riduci l’incentivo al 35 o al 50% a giochi fatti?», ragionano fonti vicine ai vertici di Confindustria. La scusa delle crisi geopolitiche non regge più. L’obiezione di chi fa impresa è netta: un affitto va pagato a prescindere dagli imprevisti esterni, e questo per lo Stato è un debito nei confronti delle aziende.
La linea dettata dai piani alti di Confindustria in queste ore è quella di una fragile tregua armata. Fino a mercoledì vige l’ordine di non forzare la mano in pubblico, mantenendo un profilo istituzionale. Ma i telefoni scottano e la base è in subbuglio. A Brescia, cuore della manifattura italiana, gli industriali stanno già raccogliendo le firme per lanciare una maxi-azione di responsabilità legale contro lo Stato. «Se non ci daranno garanzie precise, la gente farà causa e vincerà, perché le promesse erano state messe nero su bianco», si ripete nei corridoi di Viale dell’Astronomia. Il timore di Confindustria è l’effetto domino. Se salta il principio del legittimo affidamento su Transizione 5.0, si ragiona, domani nessuna impresa si fiderà a investire chiedendo fideiussioni allo Stato, e la credibilità delle istituzioni crollerà. «È un patto scritto, digerito male e poi cambiato in corsa. Così si incrina il rapporto tra pubblico e privato. Che facciamo, domani non paghiamo più le tasse?», è la provocazione amara che rimbalza tra gli associati più influenti e non.
L’orologio corre e i dossier aperti si accumulano, dalla paralisi della Zes (Zona economica speciale, ndr) unica fino al decreto Bollette, tutti cantieri che appaiono arenati. Senza contare i rincari sulle materie prime che bloccano i cantieri del Pnrr. La tenuta del governo si gioca in toto sull’economia interna e sull’esito del faccia a faccia di metà settimana. Se mercoledì a mezzogiorno, all’uscita dal vertice, non ci sarà la garanzia formale della copertura di tutti gli investimenti pregressi, la rottura sarà insanabile. Per un governo che si appresta ad affrontare una fase economica complessa, perdere l’appoggio dell’unico interlocutore in grado di tenere a galla la produttività del Paese rischia di rivelarsi un autogol fatale. «Calmi tutti fino a mercoledì», è il mantra di queste ore. Ma se mancheranno le risposte, avvertono da Confindustria, «sarà l’inferno».